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WinePeople Martedi 08 Settembre 2020

Elogio dei ribelli

Come imprenditori essere ribelli non è più una scelta per divergere dalla moltitudine ma una necessità per continuare ad esistere.

di Alessandro Fortis

La parola ribelle deriva dal latino re (di nuovo) e bellum (guerra): che ricomincia la guerra. Il termine si riferisce a chi rifiuta si sottomettersi, insofferente di ogni costrizione.

Il tentativo di ribellione risponde ad un malessere profondo che alcune persone percepiscono in maniera brutale mentre la maggioranza sembra ormai anestetizzata.

I nomi che si potrebbero citare sono molti e alcuni non sono così conosciuti.

Citiamo ad esempio Matteo Rizzi, autore di Talenti&Ribelli, che da imprenditore affermato riconosce in chi insorge una potente risorsa: “I ribelli sono persone che non sopportano la routine, che sentono la necessità di mettersi continuamente in gioco. Combattono gli impulsi verso tutto ciò che è comodo e familiare...”.

Simon Sinek, divenuto famoso per uno dei Ted Talk più visti di sempre, identifica invece la ribellione come un nuovo modo di fare impresa, ricordandoci che non saremo ricordati solo per quello che abbiamo fatto, ma per come avremo trattato gli altri”. La rivoluzione in questo caso avviene attraverso lo spostamento verso un nuovo Umanesimo, che prevede una riorganizzazione dei valori e delle relazioni aziendali. Un nuovo modo di fare impresa dove al centro di tutto ci sono le persone e non i prodotti.

Riprendendo le parole del suo ultimo libro Il Gioco Infinito, è questione di comprendere in che mondo ci troviamo. La riflessione nasce prendendo spunto dal filosofo James Carse e dalla sua idea di gioco. Un gioco è il modo in cui un giocatore interagisce con altri giocatori, secondo certe regole e con alcune conseguenze. 

La prospettiva di gioco può essere finita o infinita. Con la prima l’obiettivo è vincere, con la seconda prosperare. 

Nel gioco finito, come il calcio, conosciamo regole e giocatori, che sono fissi. L’obiettivo è fare goal. 

Nei giochi infiniti come il business, o la vita, non ci sono regole fisse e il modo in cui uno decide di giocare dipende oltre che dalle logiche di mercato dalle proprie decisioni personali.

Per questo è importante essere sovversivi: perché si può e si deve esserlo. Perché in questi sistemi le regole esistono ma possono altresì essere contraddette o riscritte. A maggior ragione quando cambiano anche quelle esterne e altre da noi.

Se nel gioco finito il cambiamento è infatti l'unica fonte di discontinuità, nei giochi infiniti è l'unica fonte di continuità.

In questi giochi si possono infrangere i limiti, creare mondi dove prima c'erano solo briciole e da nemici possiamo divenire partner.
In questi mondi infiniti possiamo essere chi vogliamo.

Steve Jobs diceva: “Stay hungry, stay foolish” (siate affamati, siate folli), proprio a ricordarci la necessità di ubriacarci di conoscenza ma allo stesso tempo l’esigenza di saperla mettere sempre in discussione attraverso una sana follia.

 

Se dovessimo tornare con i piedi per terra, senza citare mostri sacri, potremmo menzionare Francesca Gino, docente di Business administration all’Harvard Business School, che con il suo libro Talento Ribelle ci insegna perché infrangere le regole paga nel lavoro e nella vita.

Prendendo spunto dalle sue parole: “I ribelli hanno una cattiva reputazione. Li consideriamo piantagrane, emarginati: quei colleghi, amici e familiari che complicano decisioni apparentemente semplici, creano caos e non sono d'accordo quando tutti gli altri sono d'accordo. In verità i ribelli sono anche quelli tra noi che cambiano il mondo in meglio con le loro prospettive non convenzionali. Invece di aggrapparsi a ciò che è sicuro e familiare e ricorrere alla routine e alla tradizione, i ribelli sfidano lo status quo. Sono maestri dell'innovazione e della reinvenzione. Viviamo in tempi turbolenti, quando la concorrenza è feroce, la reputazione è facilmente offuscata sui social media e il mondo è più diviso che mai. In questo ambiente spietato, coltivare talenti ribelli è ciò che consente alle aziende di evolversi e prosperare. Sia che tu voglia ispirare gli altri all'azione, costruire un'impresa o costruire relazioni più significative”.        

Essere ribelli non significa però rompere per il gusto di farlo, piuttosto infrangere per consegnare ancora più bellezza. Significa comprendere i nuovi linguaggi in cui siamo immersi e saperne coniare di nuovi.

 

Un altro autore che non possiamo dimenticare è Igor Sibaldi, promotore della disobbedienza logica. A suo avviso “per chi obbedisce, ogni problema è una sciagura perché fa vacillare le basi del suo mondo. Per chi comincia a disobbedire, il problema è invece una festa.

Il contributo dei ribelli è quindi cruciale per la salute di un sistema: senza un organismo in grado di riconoscere i suoi punti deboli, questo sarebbe destinato a morire. Ecco perché coloro che hanno il coraggio di agire diversamente, di seminare piccoli atti di ribellione nella quotidianità sono così preziosi per le nostre imprese.

Alcune aziende trovano efficacia nella ribellione attraverso il principio della Radical Transparency. Il termine, coniato da Ray Dalio, esprime la possibilità di portare la critica a livello culturale nelle proprie aziende.

Sia Dalio che personaggi illustri come Eric Schmidt (ai tempi presidente esecutivo Google), credono profondamente nell’incoraggiare i propri collaboratori alla critica costruttiva così come a costanti atteggiamenti di ribellione intelligente verso ciò che non gli sembra adatto

Insomma, a maggior ragione in un periodo di grandi trasformazioni come questo, cosa stiamo aspettando a sovvertire le vecchie credenze?

Nel tuo lavoro nel mondo del vino come stai vivendo la ribellione? 

 

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