IL PRIMO MAGAZINE ONLINE ITALIANO
PER ORIENTARTI NEL MONDO DEL VINO

News Lunedi 23 Dicembre 2013

Professione Brand Ambassador

Vi è un ruolo sempre più strategico nella promozione dei vini in particolare sui mercati internazionali. Intervista ad Alberto Ugolini, brand ambassador del Gruppo Santa Margherita.

di Fabio Piccoli

Alberto Ugolini
Conosco Alberto Ugolini da molti anni, non so quanti esattamente, si perde il conto quando un rapporto professionale si trasforma in vera amicizia. L’ho conosciuto nelle vesti di uno dei maggiori esperti di analisi sensoriale. Ma già in quel ruolo si capiva che Alberto aveva una caratteristica particolare, tipica di chi difficilmente può rientrare in categorie professionali precise: la curiosità. Affrontava, infatti, anche l’affascinante, ma per certi aspetti "molto tecnico" mondo dell’analisi sensoriale, con modalità molto particolari, con uno sforzo continuo di rendere divulgativa, semplice, immediata la comunicazione del vino.
Mi ha insegnato molto Alberto riguardo a come affrontare la degustazione di un vino. Lo ha fatto sempre con grande discrezione, mi verrebbe da dire umiltà, tipica di chi conosce bene ciò che dice e non ha bisogno di particolari arricchimenti.
Per questa ragione quando è stato scelto da una grande impresa enologica come Santa Margherita di diventare brand ambassador non ho avuto dubbi sulla bontà della scelta ma al tempo stesso mi incuriosiva molto capire come Alberto Ugolini avrebbe interpretato questo ruolo.
Ruolo "misterioso" per certi aspetti, fondamentale ma al tempo stesso non sempre facilmente decifrabile. E allora perché non chiederlo direttamente a lui dopo ormai oltre cinque anni di esperienza in Santa Margherita.

Da un po’ di tempo ormai nel mondo del vino si parla di brand ambassador, tu da tempo svolgi questo ruolo all’interno del Gruppo Santa Margherita, potresti darci una tua definizione di questa attività?
Vi è in effetti confusione sul significato di tale ruolo, dato che la semplice traduzione in "ambasciatore del marchio o della marca" non specifica nulla delle attività che ne conseguono. Conosco personalmente brand ambassador (o persone con definizioni similari) che altro non sono che venditori, o comunque impegnati con dedizione esclusiva all’attività commerciale, altri con prevalente attività di PR, altri ancora impegnati a tempo pieno nell’accoglienza presso le relative strutture oppure alla partecipazione di eventi e degustazioni. Nella mia attività cerco di coordinare un po’ tutti questi aspetti, supporto alle vendite, contatti con opinion leaders, incontro con i consumatori e clienti, formazione degli agenti e clienti "strategici", reportistica alla produzione, aggiungendo quel qualcosa di personale, appreso da una lunga militanza nell’analisi sensoriale, ossia la passione per la narrazione dei singoli vini, dei territori di provenienza, degli uomini che li hanno plasmati. Mi piace pensarmi, probabilmente con il solo piacere illusorio di esserlo e senza meritarlo, come un "enoico Cupido", uno che prova a far innamorare chi lo ascolta dei vini e delle storie che propone. Ma questo lo si può ottenere solo se alle spalle vi sono vini e storie di valore come quelli, nel mio caso, delle aziende del Gruppo Santa Margherita.

Alla luce della tua esperienza quali ritieni siano i punti di forza di un brand ambassador e quali i suoi limiti attuali?
I punti di debolezza li ho elencati sopra, ossia il limitarsi a operare in una o poche delle attività che contribuiscono alla costruzione del brand (solo quella commerciale, solo quella di pubbliche relazioni ecc.); punti di forza sono l’esatto contrario, ossia l’essere il perno, magari non completamente operativo ma almeno consultivo, di tali attività, un neurotrasmettitore di conoscenze, suggerimenti, consigli verso le varie aree e funzioni aziendali grazie alle proprie esperienze e incontri sul mercato, e al tempo stesso uno chansonniere di informazioni, racconti e soprattutto passione ed emozioni dei propri vini e aziende verso l’esterno.

Hai avuto modo in questi anni di conoscere brand ambassador di altre realtà enologiche internazionali? Hai notato particolari differenze?
Di quelli che ho conosciuto ho potuto ammirare la professionalità a tutto tondo e l’approfondita conoscenza tecnica dei mercati e canali su cui operano ma, senza voler sembrare sciovinisti e retorici, l’arte della narrazione e la creatività nella presentazione dei vini e delle aziende di noi italiani è difficilmente riscontrabile altrove. Purtroppo sui mercati internazionali non solo l’improvvisazione è deleteria ma anche arte e creatività da sole non bastano, occorre programmazione e ancora programmazione. Basterebbe volerlo e noi italiani potremmo avere le une e l’altra e allora…

Hai già vissuto numerose esperienze anche sul fronte internazionale, in particolare in Cina. Ritieni che il tuo ruolo possa essere ancor più strategico sui mercati internazionali? E a proposito di Cina, nei tuoi ormai numerosi viaggi in questo grande paese che idea ti sei fatto di questo mercato?
Vorrei fosse chiaro un concetto: ogni persona dell’azienda, anche se non l’ha indicato sul biglietto da visita, è un "brand ambassador" della stessa, per cui sui mercati internazionali gli stessi export manager possono svolgere benissimo questa funzione, integrando all’attività commerciale e di conoscenza del mercato quella di relazioni con opinion leader e giornalisti, di partecipazione ad eventi con racconto del prodotto, e così via. Avere però un brand ambassador che si occupa di vari mercati, magari limitandosi agli eventi e incontri "strategici", potrebbe comunque essere focale per un maggior coordinamento e coerenza di tali attività, supportando il lavoro degli export manager, grazie alla sua potenzialmente maggiore professionalità nel ruolo, ed essendo da loro supportato nella imprescindibile conoscenza dello specifico mercato.
Per quel che concerne la Cina, dopo cinque viaggi e cinquantatre città diverse visitate, concordo totalmente con quanto scritto qualche settimana fa su Wine Meridian, ossia che occorra affrontare un mercato così complesso per differenze geografiche, sociali, istituzionali e soprattutto culturali sia con entusiasmo che con razionalità, senza lasciarsi andare a illusioni utopiche o, dall’altro lato, da uno scetticismo ingiustificato. E’ un mercato quello cinese per nulla saturo di vini e aziende di qualità, dal potenziale enorme per chi si sa muovere con programmazione e conoscenza del millenaria cultura di questa grande nazione che, seppure in rapido mutamento, mantiene nel suo DNA dei pattern di comportamento costanti su cui lavorare. E fra questi la passione per lo stare insieme, per festeggiare con amici, per godere di bevande inebrianti e salutari al tempo stesso, per ascoltare racconti e storie affascinanti possono rappresentare, nell’affollato mare di vino e aziende che sta allagando il Paese di Mezzo, le onde giuste per poter far giungere l‘italico message in a bottle…