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News Venerdi 05 Marzo 2021

L’economia mondiale del vino è in acque turbolente: ma non siamo tutti sulla stessa barca

Impresa, accademia e mondo bancario riflettono insieme sulle conseguenze economiche e finanziarie della crisi a livello globale.

di Claudia Meo

WineFuture 2021 è stato teatro di un interessante confronto che ha coinvolto Eugenio Pomarici, docente presso l’Università di Padova e uno dei più autorevoli economisti del vino a livello internazionale, Carina Gous, Marketing e Sales Executive di Kleine Zalze Wines, Sud Africa, e Stephen Rannekleiv, Executive Director di Food & Agribusiness Research per Rabobank.

A moderare l’interessante riflessione, Mike Veseth, di The Wine Economist, che scalda l’audience mettendo in crisi, in modo provocatorio, la saggezza convenzionale, che, con i suoi motti e le sue certezze, vorrebbe vedere nell’attuale crisi un'unica tempesta contro cui combattere e sostenere che, quando la marea si rialzerà, tutte le barche riprenderanno a galleggiare.

Stephen Rannekleiv, dati alla mano, conferma lo scetticismo di Mike Veseth. I dati di Rabobank evidenziano come l’impatto della falcidia dell’on-trade sia diverso da mercato a mercato, e come sia destinato ad avere conseguenze ben diverse sulle diverse tipologie di operatori della wine-industry. Un’importante linea di discrimine sembra essere la dimensione aziendale: per gli Usa, ad esempio, ci si attende che il recupero dell’on-premise nei prossimi mesi e anni riguarderà prevalentemente i grandi marchi, mentre è evidente che sono state le grandi aziende a registrare i maggiori guadagni in termini di sviluppo dell’e-commerce.

Carina Gous ci dà una rappresentazione accurata del mercato sudafricano e dei suoi problemi endemici, analizzando l’impatto del Covid  sull’economia di settore. A destare le maggiori preoccupazioni nel Paese è l’incremento delle giacenze, che si aggira complessivamente intorno al 49%, con un surplus rispetto alla domanda di 250-300 milioni di litri e un preoccupante calo dei prezzi interni. In termini di export, invece, si registrano volumi invariati e prezzi in aumento. Gli effetti complessivi della pandemia sono difficili da quantificare: si valutano 20.000 posti di lavoro in pericolo, 80 cantine e 350 produttori di uve a rischio chiusura. 

Ma oltre agli effetti diretti sulla wine-industry vanno valutate anche le conseguenze sul mercato indotto e le implicazioni sociali quali la riduzione della spesa delle famiglie e il tasso di disoccupazione: quest’ultimo ha fatto registrare un +7,5% nel solo terzo trimestre del 2020: per un dato nazionale di disoccupazione del 43,1%. Ci rendiamo conto di come non sia effettivamente possibile affermare che davanti alla pandemia, a livello globale, siamo tutti sulla stessa barca. 

Nell’altro emisfero, è proprio l’Italia a fornire invece un esempio di grande resilienza alla turbolenza da Covid. Ce lo spiega il prof. Eugenio Pomarici a proposito di una denominazione, quella di Conegliano Valdobbiadene, che la pandemia ha colto in ottima forma. Parliamo di un’area che cresce in termini di promozione, sostenibilità, turismo e ricerca produttiva; un territorio che può contare su una comunità viva e su un riconoscimento Unesco che ne ha accresciuto molto l’appeal a livello mondiale. 

La denominazione ha visto verificarsi importanti cambiamenti per effetto della pandemia: l’horeca ha fatto registrare -37% in valore e -30% in volume; ma la GDO ha portato a casa +15% in valore e + 17% in volume; l’e-commerce, in sensibile incremento, è riuscito a fronteggiare efficacemente il decremento delle vendite dirette; l’export è cresciuto del 3,9% in valore e del 3,5% in volumi. Con prezzi delle uve sostanzialmente in linea con il 2019 e leggeri decrementi dei prezzi sul mercato finale o quello intermedio dei vini fermi destinati alla spumantizzazione. 

Questi dati rendono merito all’efficace azione di controllo della filiera da parte del Consorzio di tutela, e alla capacità degli operatori di rimodellare le proprie strategie di distribuzione. La denominazione non è tuttavia uscita indenne da questi mesi di crisi: la pandemia ha reso necessario investire di più in promozione, ha fatto crescere i costi per la ricerca di nuovi sbocchi commerciali, ha imposto investimenti in digitalizzazione e logistica; costi che non sono stati compensati dal temporaneo fermo dello staff e dai connessi ammortizzatori sociali. Il che si è tradotto in un peggioramento della redditività, soprattutto per le imprese medio-piccole; a cui si sommano  problemi di cash flow per ritardi da parte dei clienti, livelli di indebitamento più elevati e ricerca di finanza straordinaria. 

Il contesto concorrenziale globale d’altro canto, vede ben posizionati altri spumanti nel mondo, come il Cava in Spagna, e, sul mercato italiano, anche le altre denominazioni di Prosecco; per Conegliano, quindi, l’imperativo di continuare a lavorare sodo, pur essendo una denominazione ben radicata nel mercato e molto resiliente.