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News Giovedi 20 Gennaio 2022

Il brand e la comunicazione segneranno la fine della prestigiosa classificazione di Bordeaux?

Cheval Blanc, Ausone, Pavie, Angelus, alcuni tra i nomi più celebri al vertice della piramide qualitativa di St. Emilion, ormai distanti dai principi che ne avevano disposto la nascita, scelgono di uscire dalla classificazione.

di Giovanna Romeo

Partiamo da un paio di considerazioni prendendo spunto dall’articolo di Guillaume Jourdan (fondatore e direttore di Vitabelle) su Jane Anson Inside Bordeaux e dal britannico “The Times” per argomentare quanto sta succedendo a Bordeaux, ovvero le scelte sia di Cheval Blanc che di Châteaux Ausone, entrambe dal 1955 al vertice della piramide qualitativa di St. Emilion, di abbandonare il sistema di classificazione della prestigiosa Bordeaux.

La motivazione sarebbe adducibile all’attuale tendenza a prediligere marketing e comunicazione quali elementi rilevanti all’interno della revisione della classificazione. Come a voler dire: non conta più il terroir e il valore del vino ma la capacità di far breccia nel mondo social.

Nella revisione della classificazione che avviene in modo più sistematico rispetto a quella del Medoc - ogni 10 anni, l’ultima è stata nel 2006 la prossima quest’anno (2022) - i quattro livelli di Bordeaux –  Grand Cru Classé, Premier Grand Cru Classé B e Premier Grand Cru Classé A, Former Cru Classé - sono da sempre soggetti a valutazioni che tengono conto di parametri canonici: le valutazioni delle ultime 10 - 15 annate prodotte, reputazione e prestigio degli Châteaux e del loro costo di produzione, mano dell’uomo e presenza di denaro.

Perde però sempre più forza il vino, la sua storia, il terroir, e non sorprende che Angelus o Ausone o Cheval Blanc abbiamo optato per la medesima scelta: l’uscita dalla classificazione. Certo, sono ancora in molti a volerne fare parte, figli della nuova ondata di produttori - forse meno illuminata - che è sbocciata nei primi anni novanta. Il mito, la tradizione, la reputazione alimentano da sempre i sogni di tutti coloro a cui in precedenza non era stato permesso di farne parte, una classificazione antica e prestigiosa, luogo dell’immaginario in cui i grandi nomi non si ritrovano più. Sarà forse l’attuale momento storico - la pandemia ha ribaltato tutte le priorità agendo da acceleratore di scelte e pensieri – ma far parte di una classificazione così prestigiosa è sì un vanto e un’opportunità ma anche un onere amministrativo non da poco.

L'obiettivo di tutte le classificazioni è sempre stato quello di offrire chiarezza sulla qualità del vino, la cui idoneità dipendeva da un numero di rigidi parametri stabiliti, criteri che negli ultimi tempi hanno vacillato vertiginosamente. L’avvento di Internet, il boom dell’informazione prêt-à-porter, l’ampia offerta, hanno proposto sul mercato, dando loro forza e riscontro, nuovi territori e piccole cantine consolidatesi sui feedback di professionisti o grazie al riscontro di appassionati consumatori.

Un mondo digitale “open”, in cui c’è spazio per tutti, un mondo immediato, reale, che vive di un’evoluzione costante e assolutamente positiva e che relega il decennio di revisione all’obsolescenza. L’esperienza del cliente prende il sopravvento rispetto allo sfarzo e alla bellezza degli Châteaux. Conta il brand, la cui visibilità è sicuramente legata dall’importanza di classificazioni di tale livello; ma conta anche il bisogno di una veste moderna che manca ai grandi nomi.

Come a volere dire: belle le prestigiose classifiche, ma oggi ciò che conta è anche il valore aggiunto chiamato “capacità di cambiamento”.