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News Martedi 19 Ottobre 2021

I numeri del vino che fanno riflettere

Nella seconda giornata di Vinitaly Special Edition e la prima di wine2wine sono stati molti i numeri evidenziati che raccontano di un comparto con alcuni limiti ma anche tante opportunità.

di Fabio Piccoli

E’ stata una seconda giornata ancor più partecipata quella del Vinitaly Special Edition. L’atmosfera è quella giusta e a parte i soliti immancabili pessimisti (spesso il pessimismo nel mondo del vino è un modo per esorcizzare le paure, ma temo che in questa fase rischia di limitare le energie e questo non va bene) direi che nel sentiment degli operatori presenti alla fiera di Verona prevale sicuramente il bello.

Ma, aldilà degli umori, è stato interessante leggere alcuni numeri emersi nei diversi appuntamenti sia in fiera che nella prima giornata di wine2wine. E a proposito di wine2wine penso di esprimere il parere di molti giudicando non felice la scelta di tenere abbinati l’utilissimo forum del business del vino con l’edizione speciale di Vinitaly.
Nessuno di noi ha il dono dell’ubiquità e sono poche le aziende presenti a Vinitaly SE che hanno modo di far presidiare da qualche collaboratore i seminari di wine2wine.

Comprendo che quando sono state pianificate queste iniziative il quadro fosse molto complicato ed era veramente difficile fare previsioni. Comunque va visto positivamente per gli organizzatori di wine2wine il fatto che molti imprenditori e manager fossero rattristati di non poter presidiare adeguatamente anche i seminari del forum organizzato dalla sempre brava e vulcanica Stevie Kim.

I numeri che mi piace evidenziare e che ho ascoltato in questi primi due giorni di fiera sono parecchi, ma partirei da quelli che considero i più rilevanti: il primo è certamente quello diffuso da Unione Italiana Vini sul Corriere Vinicolo che evidenzia una “bolletta” di circa 800 milioni di euro a causa della crisi di materie prime e trasporti. Una bolletta salatissima che sta obbligando le imprese a modificare profondamente i propri listini prezzi. Ho parlato con molti imprenditori ed export manager che stanno passando queste settimane a spiegare ad importatori e buyer nazionali le variazioni al rialzo dei loro listini.

“Sostanzialmente ci vengono date due risposte, - mi ha sottolineato un noto manager del Prosecco - i buyer più evoluti che non operano solo nella logica del prezzo si dichiarano disponibili a rialzi che anche loro comprendono inevitabili, ma ci sono ovviamente anche quelli che non sono aperti a nessuna variazione in tal senso”.
Sarà quindi una battaglia che ancor di più impone strategie commerciali e di marketing in grado di fare la differenza per non rimanere schiacciati sull’unica variabile del prezzo.

Altro numero che fa riflettere è quello diffuso dall’Osservatorio Uiv-Vinitaly che evidenzia come solo il 5% delle bottiglie di vino fermo italiano destinate all’export esce dalle cantine a più di 9 euro al litro, mentre il 75% non supera la soglia dei 6 euro. Un posizionamento più basso non solo rispetto a Francia, Nuova Zelanda e Australia, ma anche inferiore alla media mondiale degli scambi.
Quella del basso posizionamento del vino italiano è purtroppo una vecchia storia e, pur avendo fatto dei passi in avanti in quest’ultimo quinquennio, inutile negare che siamo ancora molto in ritardo.
L’avevo già scritto nell’articolo di ieri a commento dell’inaugurazione di Vinitaly SE, ma sul fronte prezzi, a partire da quelli per l’export, è oggi improcrastinabile un miglioramento nella governance delle imprese del vino italiane. Agire solo sulla politica dei ribassi di prezzo è un sintomo evidente di difficoltà manageriali abbinata, questo va altresì sottolineato, da tuttora troppe denominazioni italiane che sono semisconosciute e con posizionamenti assolutamente inadeguati.

Numeri importanti anche quelli emersi dalla ricerca dell’IRI che ha evidenziato come la Gdo, pur rallentando la crescita evidenziata nel 2020, continua comunque a riportare numeri positivi con un +2% a volume e del 9,7% a valore nei primi 9 mesi del 2021 (di fatto la grande distribuzione ha venduto 12 milioni di litri in più). E sono cresciute soprattutto le bottiglie doc da 0,75l che hanno registrato un aumento del 10,8% a valore, a testimonianza di un processo di “premiumisation” che ormai non si arresta da parecchi anni.

Chiudo questa carrellata di numeri con alcuni dati presentati da Heini Zachariassen, fondatore di Vivino, nel suo speech a wine2wine, che ritengo molto interessanti.
Vivino nel 2020 ha registrato vendite online di vino per 265 milioni di dollari (+103% rispetto l’anno precedente). Ma Zachariassen ha giustamente sottolineato che, nonostante la grande crescita delle vendite online in questi ultimi due anni, il fatturato complessivo a livello mondiale si aggira sui 30 miliardi di dollari, se vogliamo ancora poco considerando i 417 miliardi del global market del vino.  Un dato che può essere visto in due modi: da un lato le tante ancora potenzialità di sviluppo dell’e-commerce del vino, ma forse anche le esagerazioni che talvolta si fanno rispetto alle aspettative riguardo a questo canale di vendita.

Ma il dato che mi ha più incuriosito presentato dal fondatore di Vivino è quel 93% di clienti dei canali online del vino che hanno bisogno di aiuto nelle loro scelte.
Le informazioni che sono in possesso oggi a piattaforme come Vivino (53 milioni di utenti profilati!) sono oggettivamente fantastiche ed è, a mio parere, proprio su questo fronte che le aziende del vino (possibilmente come sistema) devono lavorare maggiormente al fine di aumentare fortemente la conoscenza dei consumatori, dei loro gusti e delle loro aspettative.
Anche su questo fronte siamo molto in ritardo e lasciare solo alla grande distribuzione e alle grandi piattaforme online queste informazioni mi sembra un errore imperdonabile.