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News Martedi 18 Febbraio 2020

Francia-Usa limpatto dei dazi è travolgente

"Tra sei mesi per noi il mercato americano sarà morto", "la situazione è molto critica", "il governo si assuma la responsabilità": grida dalla crisi francese.

di Emanuele Fiorio

Sono coinvolti tutti: produttori, importatori, commercianti, distributori, ristoratori, consumatori.
E’ in atto una battaglia su due fronti, oltreoceano le lobby stanno facendo disperatamente pressione sull'Amministrazione Trump per evitare dazi al 100% su tutti i vini europei.
Nel Vecchio Mondo produttori, commercianti di vino, importatori, distributori, ristoratori e consumatori stanno lottando con i dazi al 25% che gli Stati Uniti hanno imposto da ottobre 2019 ai vini fermi di Francia, Spagna e Germania con tasso alcolico inferiore al 14%.

In Francia secondo Wine Spectator il saldo dell’export di vini fermi
solo a dicembre 2019 rileva una perdita di 40 milioni di euro a causa dei dazi al 25% imposti da Washington dal 18 ottobre.
Le esportazioni sono crollate del 46% in valore e del 24% in volume nel mese di novembre. Il rivenditore Georges Haushalter parla di perdite colossali. "La situazione è molto critica", ha detto. "Il mercato statunitense è il secondo mercato di esportazione per i vini di Bordeaux. Il nostro business si è fermato. Abbiamo container pronti a partire ma i clienti ci dicono di ritardare la spedizione".
"Tra sei mesi il mercato americano sarà morto per noi", ha dichiarato Bernard Farges, presidente di CIVB (Conseil Interprofessionnel du Vin de Bordeaux), principale gruppo commerciale di Bordeaux.
Cédric Coubris, vice presidente del Sindacato nazionale dei vignerons indipendenti (7 mila affiliati), ha riferito che 600 membri dichiarano perdite per un totale di quasi 22 milioni di dollari nel 2019 e prevedono ulteriori 110 milioni di dollari di passivo nel 2020.

Tutto questo nonostante i dati della FEVS (Fédération des Exportateurs de Vins & Spiritieux de France) che registrano nel 2019 un nuovo record nelle esportazioni di vino francese (9,3 miliardi euro) con un +4,4% a valore e volumi essenzialmente stabili, a 139 milioni di casse (+0,7%).
Ancora più difficile da digerire è il fatto che prima dei dazi, il business del Bordeaux in America era in pieno boom, la migliore performance degli ultimi 30 anni.
Da novembre 2018 a novembre 2019, Bordeaux ha esportato 2,2 milioni di casse per un valore di 325 milioni di dollari. Rispetto al totale dei vini francesi esportati negli Stati Uniti, si tratta di una percentuale del 30% in valore e del 21% in volume.

Oltre alla crisi immediata dei fatturati legati all’export, i francesi temono di perdere spazio sugli scaffali, posizionamenti per cui hanno lottato per decenni. Perdere questa fetta di mercato costerebbe secondo la FEVS 4.000 posti di lavoro nelle sole aziende di esportazione francesi e ci vorrebbe un decennio per riconquistare lo stesso posizionamento sugli scaffali dei negozi e sulle liste dei vini americani. "Chiunque può essere sostituito facilmente nel mercato americano", ha detto Haushalter. "La riconquista sarà lunga, costosa e difficile".
Sta di fatto che "il primo effetto dei dazi Usa è una riduzione del margine per tutti gli attori coinvolti nel business", ha detto Jean-Frédéric Hugel, noto produttore alsaziano, titolare di Famille Hugel. "Stiamo ripartendo i costi aggiuntivi derivati dai dazi in questo modo: un terzo lo assorbiamo noi, un terzo l'importatore, un terzo il consumatore".

Ad aggravare la situazione, questa guerra commerciale coincide con il calo delle vendite di vino francese nella Cina continentale, dove australiani e cileni godono di un vantaggio fiscale grazie ad un accordo di libero scambio.
Per ridurre i danni, i viticoltori e i commercianti stanno facendo pressioni sia sul governo francese che sull'Unione Europea. Il comparto del vino francese ha chiesto al governo un risarcimento di 327 milioni di dollari per la decisione, secondo loro politica, di sovvenzionare Airbus. "E' certamente colpa del governo francese, che ha scelto di sovvenzionare Airbus", ha detto Farges. "Il governo dovrebbe assumersi la responsabilità delle sue scelte industriali".