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News Lunedi 04 Novembre 2013

Inchiesta Wine Meridian Sos credibilità doc italiane

Per il 60% dei nostri intervistati le doc in pericoloso declino

di Fabio Piccoli

La quarta puntata della nostra inchiesta su punti di forza e debolezza dell’export enologico italiano prende in esame un aspetto, a nostro parere, strategico forse più di molti altri per lo sviluppo delle nostre vendite sui mercati internazionali: l’autorevolezza, la credibilità, l’appeal delle nostre denominazione di origine.

A sentire la gran parte dei nostri intervistati (oltre il 60%) la forza delle nostre denominazioni è in pericoloso declino e spesso la "garanzia", la "credibilità" dei territori di produzione è nelle mani più dei brand aziendali rispetto a doc e docg.

Purtroppo si tratta di una valutazione che è in preoccupante coerenza con quanto emerso recentemente in una ricerca di Wine Monitor Nomisma che coinvolgeva un panel autorevole di buyer, importatori ed opinion leader di 5 mercati strategici per il vino italiano (Usa, Germania, Giappone, Cina e Russia). La ricerca voleva evidenziare quali erano i criteri di scelta dei vini italiani nelle diverse tipologie e fasce di prezzo. La maggioranza degli intervistati ha dichiarato che per i vini sopra i 5 euro a bottiglia (prezzo listino franco cantina) il principale elemento di scelta è il brand aziendale che supera di gran lunga, come il grafico evidenzia, il valore della denominazione. (Fonte: Indagine Wine Monitor Nomisma www.winemonitor.com)

La concomitanza di giudizio non può certo rallegrare perché la perdita di "peso" delle nostre denominazioni deve apparire come un forte campanello d’allarme. Perché se è positiva la crescita della forza imprenditoriale italiana, l’emergere di brand apripista che danno credibilità a territori interi è altrettanto vero che non si può pensare di "addossare" a i singoli produttori la responsabilità di comunicare, posizionare, dare insomma una corretta visibilità e reputazione alle nostre denominazioni di origine.

Non possiamo purtroppo essere troppo meravigliati di tali valutazioni in quanto è notorio da tempo che l’eccessiva proliferazione di denominazioni (talvolta nate solo per ragioni "politiche") e la scarsa capacità di fare sistema all’interno dei territori avrebbe portato inevitabilmente a tali conseguenze. Come pure ci eravamo illusi che la credibilità delle nostre denominazioni, l’esaltazione della loro identità sarebbe derivata dai disciplinari di produzione e dalla loro applicazione. Un errore grave. Sarebbe come dire che la nostra personalità, identità autentica emergesse dalla carta d’identità. Come se fosse una "legge" a decretare la nostra reputazione. Pensando così abbiamo non solo generato solo confusione ma abbiamo anche perso tempo nel comunicare norme e non sostanza, immagine, realtà.

Ma tutto non è perso, ovviamente. Abbiamo territori che hanno ancora una forza inespressa potente, ma si deve avere il coraggio di riscrivere sia il modello di organizzazione delle nostre denominazione e, soprattutto le modalità per comunicarle.

E speriamo che questa volta non si pensi che basterà cambiare, per legge, la pelle ai Consorzi di tutela, per riuscirci.