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In call con il direttore di Wine Meridian Giovedi 04 Marzo 2021

Viglierchio, ad Banfi: trasformare la frammentazione in valore aggiunto per il vino italiano

La straordinaria diversificazione del tessuto produttivo italiano deve rappresentare il fattore chiave di riconoscibilità del nostro made in Italy enologico e in questo un ruolo fondamentale lo dovranno giocare sempre di più i Consorzi di tutela.

di Fabio Piccoli

Da adolescente, figlio di mamma senese, passavo gran parte dell’anno a Montalcino. Eravamo a metà degli anni Settanta. Nessuno ancora poteva immaginare cosa sarebbe diventato Montalcino grazie al suo Brunello. Poi nel 1978 arrivano nello splendido paese ilcinese due fratelli italoamericani John ed Harry Mariani, esportatori di vini italiani negli Stati Uniti, che chiamano vicino a loro quello che era considerato uno degli enologi più autorevoli in Italia, Ezio Rivella. Avevano un progetto straordinario, portare Montalcino nell’olimpo dell’enologia internazionale. Ma penso di dire la verità se pochi all’inizio credettero a quella che appariva un’ambizione esagerata, la tipica “americanata” che avrebbe causato solo perdita di denaro per i fratelli Mariani. Ricordo perfettamente il primo grande sbancamento per l’impianto del primo vigneto a Poggio alle Mura e i lavori di una cantina che fin da subito apparì avveniristica. Sempre in quegli anni iniziai a sentire parlare in Italia di zonazione per comprendere meglio dove il Sangiovese avrebbe potuto dare i risultati migliori. Insomma non mi sembra di esagerare affermando che senza i fratelli Mariani e la Banfi la storia di Montalcino sarebbe stata diversa.

L’esperienza della Banfi, pertanto, per me rappresenta un modello che tutt’oggi ha molto da insegnare per comprendere cosa significa un vero progetto vitivinicolo sia dal punto di vista tecnico che imprenditoriale.

Ma la Banfi è stata anche una delle prime realtà italiane a sviluppare un modello di impresa basato sulle competenze dei manager, dove la famiglia è presente ma mai invasiva.

In questa direzione si inserisce l’esperienza professionale di uno dei più autorevoli manager del vino italiani, Enrico Viglierchio che proprio quest’anno festeggia ben vent’anni come amministratore delegato di Banfi società agricola srl.

Viglierchio, sicuramente si sarebbe aspettato un anniversario professionale meno complicato di quello attuale?

Dopo un anno così difficile in effetti speravamo che questo 2021 sarebbe iniziato sotto migliori auspici ma così non è stato e purtroppo si fatica a vedere un’uscita dalla pandemia a breve. Per quanto ci riguarda questa emergenza ci ha causato varie problematiche in relazione ai nostri diversi canali. Sul fronte horeca, ovviamente anche noi registriamo la situazione più difficile, come pure nella nostra divisione dell’ospitalità (albergo e ristorazione) che è stata completamente azzerata. A questo si aggiunge il blocco sul canale duty free dove come è noto Banfi è uno dei brand più presenti. Abbiamo comunque vissuto una situazione “bipolare”, da un lato l’attività agricola che non si è mai fermata mentre quella dell’ospitalità si è dovuta fermare completamente. Per questa ragione anche le reazioni del nostro personale, dei nostri collaboratori sono state diverse, tra coloro che hanno potuto proseguire normalmente la loro attività ed altri che l’hanno dovuta modificare profondamente. Questo indubbiamente ha inciso e sta incidendo anche sul fronte psicologico, un aspetto che non va assolutamente sottovalutato. Per questa ragione il nostro settore risorse umane ha cercato non solo di agire al meglio sul fronte della salute, con attenti protocolli che ci hanno consentito di tenere fino ad oggi il virus fuori dall’azienda, ma anche di supportare i nostri collaboratori per limitare il più possibile l’effetto demoralizzazione che rischia di diventare il fattore più pericoloso per le aziende anche in chiave di prospettiva.

In effetti si parla troppo poco della cosiddetta “emergenza psicologica”.

Si ed è sbagliato perché non ci si rende conto che la sofferenza psicologica è quella che rischia di farci trovare fermi, impreparati quando ci sarà la ripartenza. Ritengo che il modo migliore per ridurre lo stress psicologico sia quello di ridurre il clima di costante indecisione che si respira anche sul fronte politico. Un’indecisione che porta ad un disagio sociale ed economico costante e questo può trasformarsi in un fattore ancor più grave della pandemia stessa. Le stesse decisioni politiche prese all’ultimo momento senza dare il tempo a ristoratori, albergatori di organizzarsi lo trovo assurdo e molto grave. Arrivare magari alla medesima decisione ma in tempi diversi genera sicuramente meno disagio agli operatori e alla popolazione consentendo una migliore “metabolizzazione” di determinate scelte.

In una fase così difficile siete comunque riusciti ad individuare elementi di positività?

Sicuramente l’aspetto più importante è stata la possibilità di fare un’analisi più approfondita della nostra struttura e questo ci ha portato anche a profonde riorganizzazioni interne. Questo ci sta consentendo di fare progetti in funzione della ripartenza che speriamo sia il più presto possibile.

Inevitabile la domanda sul cosiddetto new normal. Cosa ci ritroveremo nel dopo pandemia?

Penso che anche in Italia questa pandemia abbia sdoganato l’e-commerce che probabilmente anche nel prossimo futuro non sarà solo un fenomeno di nicchia ed utilizzato da un target di solo giovani. Si stanno attivando nuove piattaforme, sia gestite direttamente dalle aziende o da società terze. Ma per me l’e-commerce rappresenta soprattutto uno straordinario strumento di marketing e comunicazione che potrà essere prezioso sia per le aziende ma anche per altri segmenti della filiera come enotecari, ristoratori e la stessa grande distribuzione organizzata. L’e-commerce, infatti, consente un dialogo più diretto con il consumatore finale, obbliga ad avere una maggiore focalizzazione e conoscenza del proprio target e questo sicuramente è un aspetto nuovo per il nostro settore ma molto importante anche in chiave di prospettiva.

Penso però che la nuova normalità ci porterà anche a rivedere lo stesso concetto di “socialità” del vino. Si dovranno modificare, ad esempio, inevitabilmente le fiere, ma anche le modalità di aggregazione. Si dovranno rivedere gli stessi concetti di eventi privilegiando la focalizzazione sul target e non più sui grandi numeri. Ma questo non deve essere considerato un aspetto negativo perché può consentire una minore dispersione in attività che da tempo non davano più i risultati attesi. Infine, è indubbio che il maggiore utilizzo attuale degli strumenti digitali ci sta facendo capire che anche dal punto di vista lavorativo potremo gestire meglio la nostra attività facendo, ad esempio, più attenzione ai contenuti dei nostri viaggi. Abbiamo compreso su questo aspetto che possiamo gestire le relazioni commerciali anche a distanza. Ciò non significa che dovremo abolire viaggi e relazioni dirette ma dovremmo pianificare tale attività con più attenzione e razionalità rispetto al passato.

Infine, una annotazione personale. Era da 37 anni che non mi capitava di pranzare a casa quasi tutti i giorni come mi è capitato in quest’ultimo anno. Ho riscoperto un valore positivo. Non significa che quando si potrà tornare a vivere normalmente continuerò a pranzare a casa tutti giorni ma sicuramente questa bella abitudine farà sicuramente parte della mia vita più che nel passato.

Torniamo al mercato. Quali le prospettive viste dall’osservatorio Banfi?

Le maggiori sofferenze le stiamo tuttora osservando sul mercato italiano. L’azzeramento del turismo per un Paese come il nostro genera un danno enorme. E quindi è chiaro che la prospettiva di rilancio è in gran parte legata alle riaperture del canale horeca e soprattuto alla ripartenza dei flussi turistici. L’estate scorsa però ci ha insegnato che appena la situazione si normalizza siamo molto veloci nel ripartire. Per questa ragione, ad esempio, sono più ottimista sul mercato nordamericano che notoriamente è il più veloce a riprendersi dalle crisi. Come pure l’Asia, la prima ad uscire, almeno in parte, dalla pandemia, sta dando segnali evidenti di ripresa. L’Europa si muove nella classica situazione a macchia di leopardo con Paesi più dinamici e altri più lenti, ma è evidente che molto dipenderà dalla situazione economica nella quale si troveranno i diversi mercati quando saremo fuori dal tunnel.

Anche a lei chiedo il parere sulla questione della frammentazione del vino italiano che taluni la ritengono un grave limite allo sviluppo della competitività del nostro settore.

Il fattore dimensionale può essere un grande valore aggiunto o un grande limite. Quello che è certo è che la diversificazione è un valore importantissimo per il nostro sistema vitivinicolo.

Penso quindi che l’eterogeneità enorme del nostro patrimonio vitivinicolo sia un elemento chiave del nostro dna e dobbiamo pertanto fare di tutto per trasformare questa “pluralità” di voci del vino italiano nel grande valore aggiunto del nostro comparto.

Sarebbe quindi, a mio parere, un grave errore cercare di eliminare molte delle voci del vino italiano per cercare così di semplificare il messaggio o di raggruppare l’offerta in poche mani. Questa non è e non sarà mai la nostra storia, la nostra via. Certo devono essere studiati modelli di aggregazione che facilitino le relazioni sul mercato soprattutto per le piccole imprese. L’esempio dell’ocm vino che ha spinto (obbligato) molte piccole aziende ad aggregarsi in associazioni temporanee di impresa rappresenta una bella dimostrazione di come la rete possa rappresentare un’ottima risposta alla frammentazione del sistema senza andare ad azzerare nessuna realtà. Come pure le reti di impresa (nelle forme ritenute più idonee) possono consentire le imprese a condividere alcuni servizi , alcune competenze (commerciali in primis) senza andare a perdere nulla della loro identità.

E a proposito di frammentazione è indubbio che un ruolo chiave nell’aggregazione lo devono giocare le denominazioni.

E’ vero, ma è chiaro che su questo fronte il ruolo dei Consorzi di tutela si è fatto sempre più complesso. I Consorzi infatti sono in prima linea nella difesa e promozione delle denominazioni ma per questo sono oggi obbligati ad un grande salto di qualità in quanto devono presidiare sia il fronte della tutela che quello della promozione e marketing. Penso anche che i Consorzi potrebbero diventare uno straordinario supporto su alcune tematiche (comunicazione e marketing ad esempio) per molte piccole imprese che hanno difficoltà a dotarsi di risorse umane su quelle aree.

Un’ultima domanda Viglierchio. L’accoglienza, l’enoturismo rimarranno tematiche chiave anche nel futuro della Banfi?

Assolutamente sì. Penso che con il ritorno del turismo proprio quello del vino avrà una ripresa esplosiva e noi vorremo essere prontissimi ad intercettarla. Ma in generale sono convinto che il turismo del vino possa finalmente diventare un asset chiave non solo per le imprese ma anche per tutto quell’indotto che ruota attorno ai nostri innumerevoli territori del vino.

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