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Export Martedi 25 Ottobre 2016

Storie di italiani all’estero: Angelo Minelli, da enologo a Wine-Searcher

L’Italia del vino vista dalla Nuova Zelanda, da un expat arrivato per lavorare tra le distese vitate di Marlborough e oggi Wine Specialist per il motore di ricerca Wine-Searcher

di Alice Alberti

Marlborough (fonte Vino.it)
Angelo Minelli Una passione per il vino nata in famiglia, con il nonno che possedeva una piccola vigna dove il vino si produceva per uso domestico e la vendemmia più che un lavoro era una festa. Poi questa passione è cresciuta fino a diventare un lavoro: una laurea in Enologia e undici anni passati tra i filari della Franciacorta. Un crescendo perfetto quello di Angelo Minelli, 33enne bresciano. Forse troppo perfetto. La voglia di rimettersi in gioco e di ampliare i propri orizzonti lo ha portato circa due anni fa a trasferirsi in Nuova Zelanda. Dopo un’esperienza tra le distese vitate della regione di Marlborough, dove ha avuto inizio la sua avventura kiwi, oggi è Wine Specialist per il motore di ricerca Wine-Searcher.

Angelo, in Italia avevi una carriera ben avviata e un lavoro a tempo indeterminato. Perché hai deciso di andartene?
Non è stata una scelta facile. Amavo il mio lavoro e avevo un ottimo rapporto con i miei colleghi. Però ero arrivato ad un punto in cui sentivo la mancanza di un'esperienza internazionale. Nel 2014 sono stato a Melbourne in Australia, poi ho avuto l'opportunità di lavorare per un'importante cantina nella regione di Marlborough ed è così che sono arrivato in Nuova Zelanda.

Qual’è la realtà delle aziende vinicole neozelandesi?
Qui le realtà produttive sono tendenzialmente più grandi, il lavoro è estremamente meccanizzato e specializzato e la fase di imbottigliamento raramente viene seguita dall'azienda, ma ci si affida a centri di imbottigliamento condivisi da più aziende. Sicuramente è un approccio più industriale, che rispecchia una tendenza comune in Australia e Nuova Zelanda di non fare vintage, vini predisposti all'invecchiamento, ma prodotti di pronta beva.

Wine-Searcher è un motore di ricerca molto conosciuto. Com'è visto dall'interno?
Wine-Searcher ad oggi conta circa 8,5 milioni di offerte provenienti da 63,000 distributori. I nostri tecnici informatici raccolgono tutte le offerte per passarle a noi Wine Specialist che abbiamo il compito di controllarle e inserirle nel database. Disponiamo di una preziosa enciclopedia che comprende circa 1,000 varietà di uve, 3,500 regioni vitivinicole e 1,000 produttori. Il team di lavoro è internazionale, perché ogni Wine Specialist ha una profonda conoscenza di regioni vitivinicole diverse, ed è un'esperienza davvero straordinaria per me farne parte.

Quali sono i vini per i quali ricevete il maggior numero di offerte?
I vini varietali di cui riceviamo più offerte sono il Pinot Nero e lo Chardonnay (circa il 10% delle ricerche degli utenti), a seguire il Cabernet Sauvignon (circa il 6%). Varietà autoctone, sia pur molto conosciute, come il Sangiovese e il Nebbiolo entrano nel ranking delle prime 15 varietà più richieste.

Qual'è la percezione che si ha in Nuova Zelanda del vino italiano?
Sicuramente il consumatore generico ancora non conosce bene il vino italiano, invece quello abituale lo conosce e lo apprezza. Purtroppo la Nuova Zelanda è piccola, la popolazione scarsa e quindi gli investimenti in promozione sono minori. Tuttavia il prodotto italiano nell'immaginario comune è legato allo stile ed alla qualità, che gli vengono riconosciuti ovunque nel mondo.

Secondo te, cosa bisognerebbe fare per migliorare il nostro posizionamento?
Dal mio punto di vista serve maggiore progettualità e imprenditorialità. Qui, ad esempio, i francesi si sono ritagliati una buona fetta di mercato, sono arrivati prima e hanno investito.
All'estero c'è il problema della mancanza di un'immagine unitaria dell'Italia, che non vuol dire appianare le differenze, e che è legata a quella famosa incapacità di "far sistema".
Inoltre, quando vivi in Paesi "nuovi" come la NZ ti rendi conto che tutto quello che per noi è normale - la storia, la cultura, la tradizione - qua è davvero straordinario. Le nostre eccellenze produttive, tra cui ovviamente il vino, sono frutto di una naturale "cultura del bello" (nel nostro caso anche del "buono"). Forse si dovrebbe partire proprio da qui, dal non dare mai per scontato ciò che ci rende straordinari.

Per il consumatore generico e poco esperto, non credi che l'immensa varietà della produzione italiana possa in un certo senso "spaventare" o creare confusione?
Per me preservare e far conoscere la nostra identità e varietà viticola è un punto di forza, poiché è parte indissolubile della nostra storia. Sono convinto che facendo squadra si possa far conoscere i nostri vini autoctoni ai consumatori di tutto il mondo e allo stesso modo sono pienamente convinto che il consumatore, se ben informato, non sarebbe confuso bensì interessato alla scoperta.

Potresti parlarci dei Lifestyle Brand, tendenza emergente soprattutto in Nuova Zelanda?
Il percorso che ha creato i cosiddetti vini Low Alcohol inizia negli anni settanta negli Stati Uniti. Inizialmente quella proposta si rivelò un insuccesso poiché quei vini vennero percepiti come poco qualitativi e naturali. Dagli anni 2000 importanti aziende australiane e statunitensi hanno ripreso a produrre vini a bassa gradazione alcolica. In realtà questa tipologia di prodotti è ben affermata ed in costante aumento, anche in NZ. Oggi giorno la scelta di vitigni, tecniche agronomiche, tecniche enologiche (come ad esempio la gestione della fermentazione) ci permettono di ottenere mosti con basso contenuto zuccherino e di conseguenza vini a basso contenuto alcolico. Questo tipo di prodotto è molto apprezzato soprattutto dalle donne e dai giovani che non rinunciano a un buon bicchiere di vino senza incorrere a problemi legati all'uso dell'alcol. I consumatori la definiscono una scelta "salutista".