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Export Lunedi 22 Febbraio 2021

La batosta per il mercato del vino australiano si chiama dazi cinesi e COVID-19

Kym Anderson, influente economista del mondo del vino, sostiene che la combinazione sfavorevole di alcuni accadimenti, la pandemia in corso e l’imposizione delle tariffe punitive cinesi, potrebbe favorire una battuta d’arresto per il mercato vinicolo australiano pari al 10%.

di Giovanna Romeo

Tra i dazi e pandemia, il mercato del vino australiano affronta un periodo davvero complicato. Lo sostiene un articolo del Queensland Country Life che sottolinea come alla fine dello scorso anno, la Cina abbia duramente colpito il mercato australiano con tariffe punitive sull’importazione pari al 218%, portando, dall’oggi al domani, alla soppressione del proficuo mercato. Le cause riguarderebbero le accuse di dumping, l’esportazione di merci a prezzi molto più bassi di quelli praticati sul mercato interno o su un altro mercato.

Anderson, emerito professore all’Università di Adelaide, pioniere nel settore dell’economia vitivinicola, ricorda che l’industria australiana del vino, prima ancora di registrare un calo importante nelle vendite e nel settore dell’ospitalità a causa della pandemia, aveva già in passato affrontato diversi problemi tra cui la siccità e gli incendi boschivi.

Il modello attuale ipotizzato dal professore mostrerebbe come l'impatto combinato tra pandemia e dazi porterebbe a una decrescita del valore economico della uva, i cui prezzi scenderebbero dell'11%, mentre il vino perderebbe in valore il 9%.

"È un doppio smacco per l’industria vinicola"- sostiene Anderson. "I dazi cinesi stanno quasi raddoppiando gli effetti del COVID-19, procedendo a cascata verso il basso, fino a un impatto sui prezzi di mercato che vanno a colpire anche il vino sfuso ".

Ci si aspetta quindi che dopo il settore del carbone e dell’orzo, sia proprio la viticoltura australiana ad essere la più colpita dalle tariffe cinesi. "Mandiamo in Cina circa un quinto del nostro carbone, così come due quinti del nostro vino, quindi l’effetto in valore sarà doppio", puntualizza Kym Anderson. “Cercare un mercato alternativo per i vini australiani non sarà facile. Il mercato cinese acquista prevalentemente vini rossi di altissima qualità e ad un prezzo elevato; l’Australia vende in Cina a un prezzo quasi tre volte superiore al prezzo a cui venderebbe in Europa o in Nord America”.

I mercati più vicini dal punto di vista delle quotazioni sarebbero proprio gli altri paesi asiatici, generalmente a crescita lenta sui quali è impensabile indirizzare, improvvisamente, l’offerta e posizionare grandi quantità. Allo stesso tempo il mercato interno non è in grado di assorbire il prodotto in eccesso. Un’ipotesi alternativa può essere l’India, un mercato però piuttosto difficile da permeare perché ha barriere sia a livello nazionale che statale. Il proprietario dell’azienda Ross Hill Wines, James Dobson, con sede a Orange, Galles del Sud - 254km a ovest di Sydney -, esporta normalmente il 20% del suo prodotto; il 90% è destinato alla Cina. Dobson sostiene che le tariffe erano considerate già precedentemente insoddisfacenti per le prospettive a lungo termine, ritenendoli mercati d’esportazione difficili da costruire. Sul breve termine ha preferito quindi adattarsi rivolgendosi a nuovi mercati come Regno Unito e New Zelanda.

La resilienza del mercato australiano è passata dall’importante incremento del turismo domestico che ha visto una considerevole affluenza in cantina; visite e tasting hanno raggiunto i loro massimi livelli. Gli australiani si sono orientati sempre di più verso un turismo interno, rurale e di prossimità. Le restrizioni legate alla pandemia hanno invogliato le visite in cantina, ricompensando le altre perdite in termine di business. Un’affluenza talmente importante che ha permesso a James Dobson di ripensare al suo modello di business, concentrandosi maggiormente sul “direct to consumer”, ovvero le vendite direttamente al cliente. Anderson sostiene che molte altre cantine potrebbero adattarsi a tenere fermo, per un ulteriore periodo di 12 mesi, il vino dell’ultima vendemmia, esattamente come accadde nella crisi finanziaria globale del 2008. L’alternativa d’altronde sarebbe svenderlo “senza etichetta”, per proteggere la loro reputazione.

"È generalmente rischioso - afferma Anderson- venderlo sottoprezzo nel mercato interno, così come nel Regno Unito. Ci vorrebbe poi molto tempo per recuperare i prezzi precedenti, il consumatore si abitua facilmente ai prezzi più bassi. Coloro che non riusciranno ad adattarsi finiranno ai margini del mercato, utilizzando canali alternativi, a volte al limite del lecito, pur di vendere in Cina”.