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Export Mercoledi 29 Luglio 2020

Business internazionale: la situazione post-Covid

La Cina mira alla globalizzazione degli investimenti, mentre l’Occidente (Stati Uniti in primis) cavalcano l’onda protezionistica. Per l’internazionalizzazione post Covid-19 bisogna considerare quali mercati offrono le condizioni più favorevoli.

di Emanuele Fiorio

La pandemia Covid-19 ha impattato su economia, società, politica, istruzione, sanità, la nuova normalità ha sconvolto i processi e le relazioni di business. Solo le aziende che saranno pronte e preparate ad affrontare le nuove sfide, potranno fare leva sul nuovo vantaggio competitivo per affrontare mercati che risulteranno più competitivi e selettivi.
Per tornare a rivolgersi alla dimensione internazionale, bisogna considerare quali mercati offrono le condizioni più attraenti dopo il Covid-19.

In Giappone, come riferisce Il Giornale delle PMI, per contenere al massimo la diffusione del virus, il governo ha varato un nuovo tipo di business basato sull’evitare le 3C: spazi chiusi (Closed), posti affollati (Crowded) e incontri ravvicinati (Close). Le 3C hanno l’obiettivo di ridurre l’interazione dei consumatori e, nell’ambito lavorativo, incrementare l’utilizzo del remote working e di riunioni via Zoom/Skype.
Durante l’emergenza Covid, per molte aziende giapponesi una delle preoccupazioni principali è stata quella della supply-chain e della delocalizzazione produttiva, soprattutto con fornitori e partners cinesi.
Il costo del lavoro in Cina non è più così competitivo rispetto ad altri mercati in Asia e quindi è più facile chiudere e riaprire altrove oppure spostare la produzione/fornitura in altro paese.

Il Vietnam sta divenendo la nuova “fabbrica del mondo”, si prevede a fine 2020 una crescita del PIL del 5% (+7% nel 2019), un risultato eccezionale per ogni mercato post-Covid. Il Vietnam si è guadagnato la fiducia di molti paesi grazie ad una economia fiorente e alle risposte convincenti ed efficaci del Governo alla pandemia. Gli investitori esteri guardano al Vietnam come il nuovo mercato di riferimento per supply-chain e delocalizzazioni produttive al posto della Cina.
Il Governo ha subito chiuso il paese in un drastico lockdown (settimane prima che lo attuassero altri paesi) sospendendo ogni collegamento aereo internazionale, chiudendo il confine di terra con la Cina, creando campi di quarantena e, soprattutto, mantenendo una eccellente comunicazione tra governo e popolazione. I risultati di questa strategia sono stati solo 352 casi dei quali 329 guariti e nessun deceduto (aggiornamento al 25 giugno 2020).
Dal 1° luglio il Vietnam è praticamente Covid-free ed ha riaperto al turismo internazionale. Sono già 26.000 i voli programmati per il mese di luglio 2020 e 5 milioni i visitatori previsti in arrivo, rispettivamente un +16% e +24% rispetto allo stesso periodo del 2019.

Gli USA sono stati duramente colpiti ma, dopo il crollo del 92% dei passeggeri nei voli interni USA, un importante segnale di ripresa viene dalle compagnie aeree che hanno ripreso a volare ripartendo da una forte domanda interna con una capacità del 30-55% rispetto ai livelli pre-Covid.

Il Covid sarà ricordato come uno stress test sulla interconnettività delle economie globali.
La Cina, perno dell’interconnettività mondiale, continua il suo percorso di sviluppo del piano Made in China 2025 di conversione del sistema produttivo da low-end a high-tech e di sviluppo della nuova via della seta (BRI Belt & Road Initiative) che mira alla globalizzazione degli investimenti cinesi.
Al contrario, la tendenza politica occidentale (soprattutto statunitense) di chiusura protezionistica non solo risulta anacronistica e altamente costosa da un punto di vista economico ma difficilmente percorribile per la necessaria creazione di nuove filiere produttive che vanno in conflitto con l’attuale interconnettività dei mercati.