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Esperienze Aziendali

Le aziende sono un osservatorio privilegiato per capire le dinamiche del mercato ma anche i diversi modelli di comunicazione. Per questo abbiamo scelto di raccontare le esperienze aziendali non per pubblicizzare alcuni brand ma per evidenziare quelle realtà produttive che sono riuscite ad essere originali e vincenti attraverso le loro scelte in vigna, in cantina, sui mercati.
Esperienze Aziendali Martedi 08 Giugno 2021

Casale del Giglio: territorio, storia e sperimentazione hanno isolato la formula dell’eccellenza nel cuore dell’Agro Pontino laziale

A Le Ferriere la famiglia Santarelli ha letto le potenzialità del territorio e ne ha riscritto in modo coraggioso le prospettive.

di Claudia Meo

Non era scontato immaginare che il setting della sfida imprenditoriale oggi diretta da Antonio Santarelli potesse essere proprio un territorio come l’Agro Pontino: un’area rurale storicamente non ritenuta particolarmente vocata per la viticoltura, anche dopo la bonifica degli anni Venti-Trenta; un’area che mostrava piuttosto disposizione per la produzione di grano e che, avendo mantenuto una notevole presenza idrica, brulicava di fauna fluviale.

Per niente scontato, diremmo: ma a caratterizzare le capacità imprenditoriali e a farne requisiti per il successo contribuiscono di norma due fattori imprescindibili: l’intuizione e il lavoro serio.

Intravedere nell’entroterra della fascia costiera di Nettuno un territorio con grandi potenzialità ha certamente richiesto molta lungimiranza, anche se non mancavano analogie nella topografia del vino mondiale: anche il territorio bordolese è stato paludoso fino a fine Ottocento. Quanto al clima, la vicinanza al mare rendeva lecito attendersi il contributo benefico delle brezze marine a temperare il grande caldo estivo, come accade in alcune zone della California e dell’Australia.

Comprendere, tuttavia, che questo angolo di Agro Pontino, quello più vicino al mare, caratterizzato da suoli sabbiosi e limosi, potesse esprimere una vocazionalità così forte per i vitigni autoctoni e, al contempo, rappresentare l’ambiente migliore per alcuni vitigni internazionali, non è stato frutto della buona sorte ma di un importante lavoro di sperimentazione e di ricerca.

Con il supporto di Paolo Tiefenthaler, Dino Santarelli e suo figlio Antonio hanno dato vita ad una sperimentazione a cielo aperto, che da circa 60 varietà testate ha consentito di convergere verso quella ventina che oggi caratterizza la produzione di Casale del Giglio.

Considerati i risultati raggiunti - 180 ettari di vigne, 25 etichette, circa 1.700.000 bottiglie vendute ed importanti riconoscimenti della critica enologica - il segnale al mercato è arrivato chiaro e deciso: il vino del Lazio può essere fortemente riconoscibile e la zona Pontina è una tra le più vocate.

Un obiettivo sfidante, premiato da tanti grandi risultati aziendali che, a nostro parere, hanno avuto effetti positivi sull’intera produzione laziale. Aver acceso questo faro sul Lazio sta contribuendo ad alimentare l’interesse enologico verso la Regione, sta permettendo di tracciare una nuova risposta possibile alla domanda irrisolta: “cosa sa un visitatore di Roma - italiano ed estero - sui vini del Lazio?”.

L’azione imprenditoriale di Antonio Santarelli ha a nostro avviso un valore sistemico, oltre che fortemente premiante sul piano aziendale, in quanto ha rilanciato a gran voce i connotati storici del vino del Lazio e ha implicitamente rimesso al centro del dibattito le stesse origini della viticoltura mondiale.

C’è stato un tempo, circa 2.000 anni fa, in cui la presenza della viticoltura nel mondo coincideva di fatto con l’estensione dell’impero romano: il che non significa, ovviamente, che tutti i vitigni siano da considerarsi autoctoni per il Lazio, ma permette di affermare che il centro Italia ha senza dubbio rappresentato uno snodo importante nello storico viaggio del vino, nel tempo e nello spazio.

A Burdigala, attuale Bordeaux, la vitis Biturica – leggasi Cabernet Sauvignon – è arrivata partendo dalla costa tirrenica in epoca romana; e se il Syrah, secoli dopo, ha raggiunto California, Nuova Zelanda e Sud Africa è perché originariamente, facendo anticamente scalo a Roma dai Monti Zagros, ha preso la sua strada per la Valle del Rodano; il Pinot Nero in Borgogna e il Sauvignon Blanc a Sancerre hanno certamente, in albero genealogico, le barbatelle giunte al seguito delle coorti romane. E così via…

Le coste e gli arcipelaghi tirrenici e, sull’altra sponda, il Golfo di Lione, sono disseminati di relitti e reperti che dimostrano quanto intenso fosse il viaggio del vino in epoca romana: Capo Enfola all’Elba, il relitto del Campese, all’isola del Giglio, il relitto di Cap d’Antibes, sono solo alcune tra le antiche vestigia del viaggio che il vino ha intrapreso a partire dalle nostre sponde.

Sulla stessa collina de Le Ferriere, d’altro canto, gli scavi archeologici iniziati nel 1896 e oggi diretti dalla Prof. Marijke Gnade dell’Università di Amsterdam, hanno portato alla luce il tempio della Mater Matuta, a cui è stata dedicata una delle etichette di maggior prestigio della produzione aziendale; lungo la via sacra che conduceva al tempio è stato ritrovato un calice di ceramica utilizzato per il vino che risale al V secolo a.C.; a ricordare a tutti gli estimatori del vino, romani e non, che il primo vero viaggio del vino fu quel grande dono di conoscenza che le divinità fecero nei confronti dell’uomo: Bacco per i Latini, Dioniso per i Greci, Saturno per gli Italici, e sempre rimanendo in area mediterranea, Fufluns per gli Etruschi e Osiride per gli Egiziani.

A noi il compito di preservare questa eredità, mantenendo alta la vocazione del territorio in cui ci è stata data la fortuna di poter coltivare la vite.

A Casale del Giglio va il grande merito di aver investito, anche al di là della imponente sperimentazione enologica, per la valorizzazione di un territorio e per la creazione di un polo culturale che i viaggiatori del vino possano, nella campagna laziale, incontrare sulla loro strada.