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Editoriale di Fabio Piccoli

Gli editoriali di approfondimento del Direttore Fabio Piccoli
Editoriale di Fabio Piccoli Venerdi 01 Luglio 2022

Vini italiani: ma quanti ''Prosecco'' abbiamo nel nostro Paese?

Alla luce del perdurante successo del Prosecco, è importante chiedersi quante altre tipologie di vino italiano abbiano le potenzialità per crescere sui mercati: inviateci le vostre classifiche!

di Fabio Piccoli

Proprio in questi giorni sono arrivati i dati dell’Osservatorio UIV che hanno evidenziato ancora una volta la corsa del Prosecco che, nel primo quadrimestre di quest’anno, è riuscito nell’impresa di superare da solo le vendite in valore di tutti vini fermi italiani messi assieme nel Regno Unito (il suo più importante mercato). Un risultato senza precedenti, che fissa la crescita sul pari periodo dell’anno precedente del 127% a valore e del 74% a volume. Il Prosecco vale ormai oltre i 2/3 dei volumi di spumanti importati in UK da tutto il mondo.

Il Prosecco rappresenta ormai da alcuni anni il 30% del valore dell’export delle DOP italiane e questo deve inevitabilmente far riflettere. In particolare, ci dobbiamo chiedere: quanti altri “Prosecco” esistono nel nostro Paese? Quante altre tipologie di vino italiano hanno le giuste caratteristiche per avere successo sui mercati?

È indubbio, infatti, che la dipendenza dell’export vitivinicolo italiano da poche tipologie di prodotto, come altre volte ho sottolineato, sia uno dei limiti maggiori del nostro sistema.
Per questa ragione ritengo molto utile individuare altri tesori enologici sotterrati in una delle tante regioni vitivinicole del nostro Paese.

Per fare questa operazione di scouting ritengo necessario prima di tutto individuare i fattori chiave che possono trasformare un vino, una denominazione, in un prodotto di successo.
Innanzitutto dobbiamo approfondire la conoscenza dei reali gusti dei consumatori, in particolare di quelli più giovani. Le indagini attuali, infatti, ci forniscono informazioni molto superficiali che ci danno poche indicazioni. In questa direzione, però, se dovessimo seguire le tracce lasciate dal Prosecco, viene facile comprendere come la grande rivoluzione dettata dalla nota bollicina veneto- friulana sia stata il far prevalere il “momento di consumo” alle “caratteristiche del prodotto” in quanto tale.

Il Prosecco, insomma, ha cavalcato lo stile di vita dei consumatori di vino in maniera trasversale in moltissimi Paesi.
Quello stile di vita, che -  come ha giustamente sottolineato il direttore del Corriere Vinicolo Giulio Somma, in un seminario nell’ambito di Spumantitalia - di fatto oggi è il vero driver nelle abitudini di consumo di bevande, in particolare quelle alcoliche, in tutto il mondo.
Ed è proprio questo aspetto che sta rendendo i consumatori di bevande alcoliche estremamente laici ed infedeli, capaci di passare da una birra, ad un cocktail, ad un vino ma anche ad un ready to drink con estrema facilità.
Questa dinamica deve essere molto più studiata e considerata dal nostro settore vitivinicolo che invece, in gran parte, continua ad avere un atteggiamento molto tradizionalista, continuando ad immaginare il proprio consumatore come un esperto eternamente fedele al vino.

Non è quindi un caso che la comunicazione del vino continui ad essere basata sui soliti schemi; anche il mondo dei social ci restituisce un'immagine del prodotto, delle aziende e dei territori produttivi sostanzialmente sempre uguali nel tempo.
Ma se è il cosiddetto lifestyle un driver chiave per avere successo, quante tipologie di vino abbiamo, in Italia, che rispondono ad un’idea di consumo basato sui nuovi modelli di comportamento dei consumatori?
Mi verrebbe da dire tantissimi, talmente numerosi da avere l’imbarazzo della scelta. Sono ad esempio reduce da un bellissimo tour enologico in Abruzzo dove ho degustato bollicine base Pecorino che potrebbero trovare successo in wine bar per aperitivi e happy hour in tutto il mondo. Ma direi che ogni area vitivinicola del nostro Paese ha un “Prosecco” nel suo portfolio, e non intendo solo bollicine ma anche vini fermi dallo straordinario appeal per le diverse tipologie di consumatori nel mondo.

Sappiamo bene, tuttavia, che non bastano le caratteristiche “intrinseche” del vino per acquisire notorietà e sviluppo sui mercati. Sono necessari altri due fattori fondamentali: aziende driver che si prendono sulle spalle questi potenziali vini di successo per farli conoscere sui mercati; Consorzi di Tutela, o comunque associazioni di produttori, in grado di fare “massa critica” sul fronte della promozione.
E se sul fronte produttivo siamo messi ottimamente, su quello delle imprese strutturate e dinamiche sui mercati e, ancor più, sulle aggregazioni tra produttori, siamo in condizioni decisamente più negative.
Se avessimo oggi un Osservatorio per individuare nel nostro Paese territori, denominazioni pronte al grande salto, tenendo presente i fattori sopra elencati, penso che riusciremmo a contarli su una mano (o forse due).

E allora lancio una sfida chiedendo ai nostri lettori di inviarci una loro classifica dei territori del vino italiani pronti ad un possibile decollo. Potete inviare la mail direttamente a fabio.piccoli@winemeridian.com, grazie!