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Editoriale di Fabio Piccoli

Gli editoriali di approfondimento del Direttore Fabio Piccoli
Editoriale di Fabio Piccoli Venerdi 22 Ottobre 2021

Come è andato veramente il 2020 per le imprese del vino? La risposta di Management DiVino

Per il terzo anno, Studio Impresa ha analizzato i bilanci depositati da 539 imprese del vino italiane (quelle con fatturato superiore a 3 milioni di euro) per comprendere qual è stato realmente l’impatto della pandemia sulle nostre realtà vitivinicole più importanti.

di Fabio Piccoli

Anche quest’anno, Management DiVino (la divisione inserita in Studio Impresa appartenente al Gruppo Reliant) ha realizzato l’analisi sui bilanci delle imprese del vino italiane con un fatturato superiore a 3 milioni di euro che in Italia - come ha ricordato Luca Castagnetti, responsabile di Management DiVino, uno dei maggiori esperti di analisi economica delle imprese vitivinicole del nostro Paese - sono 614.

Già quest’ultimo numero fa capire subito l’incredibile frammentazione del nostro sistema produttivo considerando che nel nostro Paese sono presenti poco meno di 46.000 aziende vinificatrici ma solo appunto 614 superano un fatturato di 3 milioni di euro.

Ma poter avere un’analisi accurata degli andamenti economico-finanziari delle maggiori aziende italiane, quelle che in percentuale rappresentano gran parte del fatturato del sistema vino del nostro Paese, è assolutamente prezioso per farsi un’idea più precisa di quello che è lo stato di salute del vino italiano. Per questa ragione faccio subito un plauso a Luca Castagnetti ed a Studio Impresa che per il terzo anno consecutivo ci hanno regalato una straordinaria ricerca che ci consente una serie innumerevole di considerazioni che difficilmente riuscirò a condensare in un unico articolo.

Da questa analisi, infatti, è possibile fare una serie di interazioni in quanto le 539 aziende coinvolte nella ricerca (quelle che hanno depositato i loro fatturati 2020) sono state divise non solo per fatturato ma anche per tipologia di azienda (cooperativa, spa, srl, ecc.) e per territori. A livello complessivo, dall’indagine si evince che il 2020 è andato sicuramente meno peggio di quanto si aveva temuto dal momento che i ricavi sono scesi del 2,99% (dai circa 10,2 miliardi di euro del 2019 ai 9,8 miliardi del 2020). La redditività, però, ha pagato un prezzo più salato con un Ebitda (il margine operativo lordo) calato di quasi il 6%.
Come era prevedibile, è ancora il Veneto la regione con i maggiori ricavi aggregati (3,09 miliardi di euro), seguita da Emilia Romagna (1,2 miliardi), Trentino Alto Adige (1,08 miliardi), Piemonte (1,06 miliardi) e Toscana (1,01 miliardi).

Ma questa classifica si modifica in maniera interessante se si va a guardare l’Ebitda che regala alla Toscana un netto primato (19,66%), seguita da Liguria (14,2%), Umbria (13,7%), Piemonte (11,3%), e della Lombardia (10,8%), relegando il Veneto con il 7,31% addirittura al nono posto. La minor redditività per azienda è in Molise (2,4%), preceduta da Sardegna (4,3%), Basilicata (4,8%) ed Emilia Romagna (5,6%).
Ma come spesso accade i dati aggregati raccontano solo una parte della realtà, spesso poco interessante per poter capire la vera situazione delle diverse tipologie di imprese anche in relazione ai territori in cui sono inserite.

Rimanendo nella classifica regionale, infatti, ci accorgiamo, ad esempio, che gran parte del successo sul fronte della redditività toscana è da ascrivere ad una provincia, quella di Livorno, che grazie alla denominazione Bolgheri ha registrato un Ebitda di ben il 54,44% (tanto per intenderci l’Ebitda di Ornellaia e Masseto società agricola srl è stato lo scorso anno superiore al 61%!).

E sono appunto questi approfondimenti che fanno dell’indagine di Management DiVino probabilmente quella più interessante e utile ai fini di avere una fotografia realistica del nostro settore vitivinicolo.

Sul fronte del fatturato, pertanto, preziosa la suddivisione dell’analisi che è risultata così costituita:

  • 159 imprese con ricavi da 3 a 5 milioni di euro;
  • 150 quelle fino a 10 milioni di euro;
  • 107 quelle tra 10 e 20 milioni di euro;
  •  84 quelle che arrivano ai 50 milioni di euro;
  •  39 quelle che superano i 50 milioni.

 

Per quanto riguarda, invece, le tipologie aziendali, 342 sono private, 197 cooperative, 291 le aziende classificate agricole e 248 industriali.

Molto interessante ed utile, inoltre, la classificazione tra aziende “light” (quelle a bassa immobilizzazione, tendenzialmente più commerciali) che sono risultate 165 e quelle “strong” (com maggiori immobilizzazioni, con vigneti e cantine di proprietà) che sono risultate invece 176. Ebbene, andando a scorporare i dati secondo le classificazioni sopra evidenziate il quadro si diversifica con una situazione incoraggiante se non addirittura molto positiva per alcune tipologie di aziende, mentre altre hanno pagato maggiormente l’impatto della pandemia (anche se probabilmente alcune di esse già prima dell’arrivo del coronavirus non erano in condizioni ottimali).

In sostanza scorporando i dati si evidenzia che la maggiore perdita dei ricavi è stata registrata dalle imprese private (dai 6,4 miliardi del 2019 ai 6,1 del 2020), anche se sono riuscite a mantenere un indice di redditività stabile (11,3%). L’esatto contrario delle cooperative che invece sono rimaste stabili sui ricavi (3,1 miliardi di euro) ma sono calate in termini di redditività (dal 5,5% al 4,9%).

Ma l’analisi sfata anche alcune certezze come quella che sarebbero state le piccole imprese a pagare un prezzo più alto a causa della pandemia. Le piccole cantine sotto i 5 milioni di euro di fatturato, infatti, hanno visto crescere la redditività passando dall’8,8% del 2019 al 9,4% del 2020. Uguale dinamiche anche per le imprese sopra i 50 milioni di euro che hanno registrato un incremento della redditività passata dall’8,9% del 2019 al 9,6% dello scorso anno.

Di fatto si può affermare che a soffrire di più nel 2020 sono state le imprese di “mezzo”, quelle tra i 10 e i 20 milioni di fatturato che ha visto diminuire notevolmente la loro redditività passata dal 10,15% del 2019 ai 7,7% dell’annata scorsa.

Molto interessante è stato poi andare a comprendere quanto hanno inciso le “immobilizzazioni” nell’andamento dei ricavi e della redditività delle imprese del vino italiane. Anche su questo aspetto spesso consideriamo più performanti le aziende più light che non devono subire l’impatto dei costi soprattutto del vigneto e possono essere così più dinamiche e veloci nell’interpretare i fabbisogni dei mercati.

 

E la ricerca di Management DiVino ha confermato tutto questo?

Dall’indagine emerge che le aziende cosiddette “light” (con un rapporto tra immobilizzazioni materiali e attivo inferiore al 29,7%) hanno visto aumentare il proprio Ebitda dal 10,1% all’11,4%. Ma l’aumento è stato maggiore nelle imprese “light” con fatturato inferiore ai 5 milioni di euro, che è passato da 8,6% a 13,3%, e in quelle con fatturato superiore ai 50 milioni di euro che hanno registrato una crescita dall’11,5% al 14,4%. Anche in questo caso, quindi, le crescite sono state superiori nelle fasce estreme della categoria “light”.

Passando alle “strong”, invece, complessivamente i ricavi sono aumentati passando da 2,1 a 2,5 miliardi di euro, anche se la redditività ha registrato un calo scendendo dal 13,6% all’11,2%.
In conclusione, su quest’ultimo aspetto si evidenzia come le aziende agricole “strong” sono state quelle con l’Ebitda migliore, con un tasso del 19,5%.

Sono tanti i commenti che possono scaturire da questa analisi, i più immediati riguardano l’ottima tenuta della redditività delle cantine più piccole (tra i 3/5 milioni di euro) che probabilmente grazie ai risparmi in fiere e attività marketing - come giustamente ha sottolineato Castagnetti - sono riuscite a controbilanciare lo stop sul canale horeca. È chiaro che le più grandi coinvolte nel canale moderno hanno potuto godere di vendite che non solo non si sono mai arrestate ma addirittura sono cresciute. Ma sui risultati di quest’ultimi incidono anche gli investimenti finanziari che hanno portato anche alle recenti fusioni e aggregazioni che stanno modificando velocemente, forse per la prima volta in maniera così chiara, la struttura produttiva del nostro Paese.