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Editoriale di Fabio Piccoli

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Editoriale di Fabio Piccoli Venerdi 01 Ottobre 2021

Luigi Moio lancia la sfida per la difesa delle diversità del vino

Il nuovo presidente dell’Organizzazione internazionale della vite e del vino ha lanciato l’allarme riguardo l’emergenza climatica che sta drammaticamente mettendo a rischio anche la grande biodiversità vitienologica mondiale, a partire da quella italiana.

di Fabio Piccoli

Ho avuto la fortuna di partecipare a quella che possiamo considerare la prima uscita “ufficiale” di Luigi Moio nella veste di nuovo presidente dell’Organizzazione internazionale della vite e del vino (OIV), di fatto la più importante istituzione mondiale del settore vitivinicolo coinvolta sia su tematiche “tecnico-scientifiche” che giuridiche e politiche.

L’avere quindi oggi un presidente italiano (il terzo dopo Piergiovanni Garoglio e Mario Fregoni) al vertice dell’OIV rappresenta una grande rilevanza non solo dal punto di vista del prestigio ma anche della pianificazione delle future politiche vitivinicole. Il professor Moio è stato abile nella sua Lezione Magistrale - organizzata a Conegliano dal Centro interdipartimentale per la Ricerca in viticoltura ed enologia (Cirve) dell’Università degli Studi di Padova, con l’ottima regia del prof. Eugenio Pomarici, uno dei più autorevoli economisti del vino a livello internazionale - a mantenere integra la sua “neutralità” (il presidente dell’OIV deve garantire tutti i 48 Paesi aderenti all’Organizzazione attraverso una azione super partes) affrontando le principali tematiche e problematiche del comparto vitienologico avendo come punto di riferimento la salvaguardia del patrimonio mondiale delle tantissime diversità del vino.

Il vino è il paradigma della diversità. Il vino è diverso”, ha esordito Moio nel suo intervento già dal titolo suggestivo: “Il futuro del vino nell’era della sostenibilità”. Ritengo che osservare il mondo del vino e orientare le dinamiche di sviluppo sia dal punto di vista tecnico-scientifico che giuridico-economico, avendo come faro di riferimento la tutela delle sue tante diversità, sia la via migliore per garantire le numerose anime vitivinicole internazionali a partire da quelle del nostro Paese che “rappresenta il Paese del vino con il maggior numero di vitigni e quindi con la massima espressione di biodiversità vitivinicola”, ha detto subito senza mezzi termini il bravo prof. Moio.

Tutto l’intervento del neo presidente dell’OIV, pertanto, ha avuto come denominatore comune il tema della diversità e di come essa oggi sia minacciata gravemente dall’emergenza climatica che rischia di portare ad una pericolosa “omologazione” dei vini privandoli delle loro principali peculiarità distintive. “I vini cominciano ad assomigliare sempre di più tra loro - ha denunciato Moio - e questo è assolutamente rischioso e può avere conseguenze drammatiche sul mercato”.
Parlando di diversità del vino, Moio ha sottolineato un altro fattore determinante e cioè la necessità di riuscire a ricollegare sempre il vino al suo territorio di origine. Se un vino non riesce a rendere riconoscibile la sua origine perde gran parte della sua forza, del suo appeal anche a livello commerciale. “Quando bevo un vino - ha spiegato Moio - è come se avessi un libro davanti in grado di raccontarmi moltissime cose non solo su di esso ma anche sulla sua provenienza.”.
E su questo fronte Moio è stato categorico: “È la scienza che è in grado di fare esprimere al meglio l’identità più autentica di un terroir”, rispondendo così a coloro (non pochi, per la verità) che considerano il progresso scientifico, la ricerca come nemica della tutela delle diversità.

“È quindi fondamentale - ha proseguito Moio - che la scienza oggi ancor più che nel passato si impegni nell’individuare tutte le possibili soluzioni per rispondere a queste drammatiche mutazioni climatiche. Dobbiamo garantire che i vini esprimano una loro identità autentica e riconoscibile. Il vino “ideale” è quello che rappresenta la “sintesi liquida” di uno specifico territorio”.

Ma Moio si è fatto portavoce anche di quella che oggi viene definita “enologia gentile” e cioè un approccio tecnico (in fase di vinificazione e affinamento) che accompagna i processi produttivi cercando di non modificare mai la vera natura di un vino frutto del suo terroir (dal vitigno alla mano dell’uomo). Sul tema del terroir Moio è stato ancor più esplicito sottolineando come i “buoni vini ormai si fanno in tutto il mondo, ma i grandi vini si possono produrre solo in determinati (pochi) luoghi”.
Anche questa affermazione, che potrebbe apparire scontata, a mio parere invece mette a tacere la troppa demagogia che spesso ammanta la comunicazione del vino, che troppo spesso racconta della possibile di produrre “eccellenze ovunque”.

E a proposito di comunicazione del vino Moio è stato molto esplicito: “Non c’è allineamento tra la comunicazione del vino e la realtà”.
Difficile non condividere il pensiero di Moio anche sul fronte della comunicazione del vino che a forza di inseguire il cosiddetto storytelling emozionale ha perso di vista i capisaldi “tecnici” della produzione vitivinicola.

La sfida, pertanto, anche della scienza e ricerca vitivinicola sarà quella di migliorare notevolmente la sua capacità divulgativa perché oggi, ancor già che nel passato, c’è bisogno di una comunicazione del vino che semplifichi i contenuti senza però banalizzarli come spesso purtroppo accade in questa fase storica.

Siamo usciti dalla lezione magistrale di Luigi Moio molto rincuorati dal sapere che oggi ai vertici dell’OIV c’è un uomo che non solo è italiano ma soprattutto ha a cuore la difesa della diversità e questo, a mio parere, è il fattore basilare per poter garantire un futuro competitivo al sistema vino Italia.