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Editoriale di Fabio Piccoli

Gli editoriali di approfondimento del Direttore Fabio Piccoli
Editoriale di Fabio Piccoli Venerdi 10 Giugno 2022

L’export del vino italiano nelle mani di pochi

Dei 7,1 miliardi di euro del nostro export di vino, quasi 5 miliardi sono realizzati dalle 251 imprese con fatturato superiore ai 20 milioni di euro e quasi il 30% delle nostre esportazioni di vini DOP si chiama Prosecco.

di Fabio Piccoli

Quando pensiamo all’export vitivinicolo italiano siamo quasi sempre felici perché, sostanzialmente, è da molti anni che si evidenzia una crescita importante. E anche lo scorso anno, nonostante la pandemia, il nostro export ha registrato l’ennesimo record superando per la prima volta la soglia dei 7 miliardi di euro.

L’ultimo report di Mediobanca ci ha poi ricordato che negli ultimi vent’anni il saldo commerciale attivo del settore vinicolo è cresciuto ad un tasso medio annuo del 5,2%.
Sappiamo inoltre quanto l’export sia strategico per il nostro comparto dal momento che mediamente gli italiani consumano circa 22 milioni di ettolitri di vino all’anno mentre ne produciamo più del doppio. Di conseguenza è provvidenziale quel 40% del nostro vino che esce dai confini nazionali.

Quando però andiamo a leggere meglio i dati delle nostre esportazioni vitivinicole, il nostro entusiasmo si ridimensiona notevolmente.
Innanzitutto, sempre leggendo il report di Mediobanca, dei 7,1 miliardi di euro del nostro export, quasi 5 miliardi sono realizzati dalle 251 imprese con fatturato superiore ai 20 milioni di euro.
Un dato, quest’ultimo, che deve far riflettere perché (secondo dati dell’Osservatorio Federvini elaborati da Wine Monitor Nomisma dai bilanci aziendali) se nel 2015 il 41% del valore del nostro export era frutto delle imprese con fatturato superiore ai 50 milioni di euro, nel 2020 questa percentuale è aumentata al 54%. E, sempre dall’Osservatorio Federvini, emerge che le aziende con fatturato fino a 2 milioni di euro rappresentano solo il 5% del valore dell’export vitivinicolo italiano.

Alla luce di questi dati, è lecito chiedersi oggi se la “dimensione” non stia diventando un fattore sempre più determinante sulla capacità di export delle nostre imprese vitivinicole.
Non è una constatazione così banale e tanto meno ovvia, dal momento che per molti anni abbiamo osservato come la dimensione non fosse una discriminante così importante sul tema delle performance esportative.

Pertanto oggi è importante domandarsi quali sono i fattori che stanno limitando l’impatto delle PMI del vino italiano sul nostro export. E, in particolare, è utile chiedersi se si tratta di limiti strutturali, organizzativi, di capacità di presidio dei mercati o se c’è anche dell’altro. È corretto chiedersi, ad esempio, se la presenza più massiva di grandi imprese italiane (nelle varie forme societarie) sui mercati in qualche misura limiti l’ingresso di aziende più piccole con posizionamenti superiori. È abbastanza ovvio che c’è del vero in tutte e due le “domande”. Da un lato, come sottolineiamo da tempo, sono evidenti i limiti strutturali e organizzativi di molte PMI del vino italiane; dall’altro, alcune nostre denominazioni sono rappresentate nel mondo da grandi imprese che condizionano fortemente il fronte prezzi.

E, visto che siamo sul tema prezzi, è bene sempre ricordarsi che il prezzo medio al litro del vino italiano imbottigliato fermo è di 3,76 euro, quasi la metà di quello francese e sotto anche a Nuova Zelanda (5,29 euro) e Australia (3,84 euro).
Per questa ragione continuiamo a ritenere strategico per il sistema vino Italia arrivare sui mercati internazionali in maniera più rappresentativa delle diverse anime del nostro settore.

Una strategia possibile, ancora una volta, solo se le nostre denominazioni saranno in grado di muoversi in maniera più coesa e coordinata. Una chimera, considerando che allo stato attuale sono pochissime le nostre DOP ben visibili sui mercati internazionali. Basti pensare che il Prosecco di fatto rappresenta (secondo dati Istat elaborati da Wine Monitor) il 28,4% del valore del nostro export.

Se al Prosecco aggiungiamo i rossi toscani e veneti, di fatto superiamo il 50% delle nostre esportazioni vitivinicole. L’altra metà è rappresentata in gran parte dai rossi piemontesi (Barolo e Barbaresco in primis), dai bianchi veneti, trentini e friulani (Pinot Grigio su tutti) e dall’Asti. Di fatto la voce “altre DOP” rappresenta oggi poco più del 10% del nostro export.
Altro “limite” dell’export vitivinicolo del nostro Paese è la sostanziale concentrazione in pochi mercati. Il 63% delle nostre esportazioni (fonte Wine Monitor Nomisma su dati Eurostat e dogane), infatti, si concentra su 5 mercati (USA, Germania, Regno Unito, Canada e Svizzera), mentre per la Francia i primi 5 mercati (USA, Regno Unito, Germania, Giappone e Cina) rappresentano il 50% del loro export.

L’evoluzione del nostro export su mercati più emergenti prosegue a rilento e sicuramente la pandemia non ci ha certo aiutato. Ma non ci ha aiutato nemmeno l’OCM vino che, di fatto, con la misura promozione Paesi terzi, ha di fatto “obbligato” le aziende a concentrarsi “solo” sul consolidamento dei mercati più tradizionali.
Insomma, se il nostro export rappresenta una fattore fondamentale per la sostenibilità economica del nostro settore vitivinicolo, è importante riuscire ad allargare sia il bacino di imprese esportatrici sia il numero delle nostre denominazioni presenti sui mercati internazionali.

Allo stato attuale, non abbiamo una strategia complessiva per la promozione del Made in Italy vitienologico nel mondo, come pure troppe imprese vitivinicole stanno ritardando un processo di miglioramento della loro struttura ed organizzazione. Senza dimenticare la difficoltà di molti Consorzi di Tutela nel supportare la crescita dell’immagine e posizionamento delle denominazioni che rappresentano.

Un mix di limiti che non può non preoccupare, alla luce anche di un peggioramento dello scenario economico internazionale.