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Editoriale di Fabio Piccoli

Gli editoriali di approfondimento del Direttore Fabio Piccoli
Editoriale di Fabio Piccoli Venerdi 27 Agosto 2021

Il vino deve fare i conti con la ricerca di benessere e di diversificazione

Le evoluzioni dei consumi negli Usa in questa complessa fase tra pandemia e post pandemia evidenziano come siano sempre di più i consumatori alla ricerca di bevande alcoliche più "salutari" e cresce nel frattempo anche il bisogno di diversificare.

di Fabio Piccoli

E’ sempre stato difficile comprendere il cosiddetto sentiment dei consumatori nei confronti del vino. E lo è ancor di più oggi che siamo alle prese con una pandemia che comunque continua a far sentire il suo peso e ci rende il futuro alquanto nebuloso da immaginare.

In questi casi, non rimane altro che monitorare ciò che avviene nel presente per osservare se vi sono segnali interessanti e utili per comprendere eventuali nuovi modelli di consumo per il vino. Indubbiamente il mercato americano rimane quello che dà le indicazioni più utili in quanto non solo è il più grande al mondo (con i suoi oltre 33 milioni di hl consumati) ma anche il più dinamico in termini di evoluzione degli stili di consumo delle bevande alcoliche.

Come sempre molte preziose le indicazioni che ci riporta mensilmente Wine Analytics Report che, nel numero di agosto, prende in esame i sentiment che negli Usa stanno guidando la diversificazione delle bevande alcoliche.
L’aspetto che ho ritenuto più interessante è quello riguardante la cosiddetta categoria “salute e benessere”,  quella che gli americani definiscono “better for you” (meglio per te). Una categoria che coinvolge anche il settore delle bevande alcoliche perché sono in crescita i consumatori che ricercano vini, spirits e birre più “salutari”. E quando si parla di salute sul fronte delle bevande alcoliche, vino in primis, si intendono gradazioni più basse e meno calorie. Sono molti gli esempi di vini sul mercato Usa che stanno seguendo questo trend, come ad esempio il Sauvage, uno sparkling dosaggio zero che Gruet produce con il 45% di calorie in meno rispetto ad uno spumante tradizionale (viene venduto ad un prezzo di 20 dollari sul sito dell’azienda). E sono vini che iniziano ad interessare anche la critica enologica, anche quella più autorevole, come, ad esempio James Suckling che a Sauvage ha riconosciuto un ottimo rating di 91 punti.

Ma grande successo negli Usa sta riscontrando anche Waterbrook Clean, la linea di vini analcolici della Waterbrook che sono disponibili sia nella tipologia Cabernet Sauvignon che Chardonnay (ad un prezzo assolutamente cheap - considerando il mercato Usa - di soli 14 dollari).
Ma la lista sarebbe lunga su questo fronte: citiamo ancora Klean, un brand nato proprio per produrre e commercializzare vini a basso contenuto alcolico e calorico. Tra questi, un Pinot Grigio prodotto nella Central Valley in Cile con un contenuto in alcol del 9%; per un bicchiere di questo vino (circa 150 ml), l’azienda dichiara 85 calorie, 3 grammi di carboidrati, 1 g/litro di zuccheri residui, 0 proteine e 0 grassi.

Ma l’altro aspetto che è stato fortemente condizionato dalla pandemia riguarda le occasioni di consumo di bevande alcoliche. Indubbiamente l’essere stati bloccati a casa per molto tempo ha indotto molte persone a rimodulare il loro approccio anche al consumo di vino.
Se da un lato, infatti, abbiamo assistito, ormai da alcuni anni, ad una sempre maggiore diversificazione nei consumi di bevande alcoliche con una costante riduzione di coloro che consumano solo vino, solo birra o solo spirits, allo stesso tempo le occasioni di consumo appaiono oggi diverse rispetto al passato.

In questa direzione si inserisce un'interessante ricerca di Wine Market Council (WMC) che ha indagato anche sulle ragioni che spingono i consumatori Usa ad un minor consumo di bevande alcoliche. Al primo posto (con il 43% degli intervistati) troviamo proprio le minori occasioni sociali od opportunità di bere vino o altre bevande alcoliche. Un dato, se vogliamo, scontato se si considera la fase pandemica, ma che dimostra ancora una volta l’importanza della socializzazione nel consumo a partire proprio dal vino. Per questa ragione non ci si deve illudere, a mio parere, che il consumo in casa possa sostituire in toto il calo dei consumi fuori casa, in compagnia, con parenti e amici. Un altro 36% ha dichiarato di non avere il piacere di consumare bevande alcoliche come nel passato (probabilmente per le medesime ragioni viste precedentemente).

Ma tutte le altre ragioni dichiarate dagli intervistati hanno a che fare con il tema benessere. Troviamo infatti “non si concilia con la mia dieta attuale” (26%); “mi fa sentire male fisicamente” (20%); “non fa parte del mio lifestyle salutare” (18%); “me lo impediscono le mie condizioni mediche” (17%); “ho figli piccoli e il consumo di alcol non si concilia” (14%); “ho letto o sentito che bere meno alcol è più salutare” (11%). Solo all’ultimo posto delle ragioni addotte riguarda il tema del non interesse “famigliare”, in generale, al consumo di alcol.

Mi sembra che ci siano parecchi stimoli alla riflessione. La prima che non si può assolutamente sottovalutare il tema vino e salute ma che questa volta vada affrontato andando oltre il superato concetto del cosiddetto paradosso francese. Serve pragmatismo, concretezza e non affidarsi a suggestioni superficiali. Fare crociate contro i vini dealcolati o su chi punta a mettere il numero di calorie in etichetta è, a mio parere, sbagliato e assolutamente controproducente.

E’ chiaro che è un fronte che va ben studiato e la ricerca deve aumentare, ma è indubbio che la spinta verso vini più “salutari”, con grado alcolico più ridotto, è in atto e non si arresterà. Sicuramente non diventerà mai una tendenza dominante perché le società attuali e del prossimo futuro saranno, ascoltando il parere di sociologi autorevoli, sempre fluide, diversificate, dove moltissime tendenze conviveranno insieme. Ma il vino non deve trascurarne nessuna.