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Editoriale di Fabio Piccoli

Gli editoriali di approfondimento del Direttore Fabio Piccoli
Editoriale di Fabio Piccoli Venerdi 17 Settembre 2021

Il Consorzio unico per il vino veronese: un treno da non perdere…

Da tempo si discute sull’opportunità di costituire un Consorzio di tutela unico per tutte le denominazioni veronesi. Una scelta che non solo potrebbe essere vincente per i vini veronesi, ma anche un esempio utile per tanti altri distretti vitivinicoli italiani.

di Fabio Piccoli

L’ultimo a portare avanti il progetto di un Consorzio unico per il vino veronese è stato Luciano Piona, il noto produttore di Custoza, tra i più illuminati e visionari nel panorama produttivo italiano, purtroppo prematuramente scomparso nel gennaio scorso. Con la sua scomparsa, mi raccontava sconsolato nei giorni scorsi sempre un altro produttore veronese, “a mio parere è andata a morire anche la possibilità di costruire un Consorzio di tutela unico per il sistema vino Verona”.

Capisco che non è facile essere ottimisti nei confronti di un progetto di cui si parla da circa vent’anni e che cozza inevitabilmente con gli individualismi che caratterizzano purtroppo anche le numerose denominazioni veronesi. Mi piace però pensare che questo tema possa essere affrontato con la giusta distanza, senza pregiudizi al fine di poter comprendere quali possono essere i punti di forza e gli eventuali limiti.
Si tratta, a mio parere, di una riflessione che può rivelarsi anche molto utile per altri distretti del vino oggi caratterizzati da una presenza di più Consorzi, quasi tutti deboli.

Ed è da quest’ultimo aspetto che voglio far partire la mia modesta analisi. Se analizziamo la “forza” dei nostri Consorzi di tutela, intesa sia in termini di risorse economiche che umane (competenze), il piatto, inutile girarci intorno, piange tristemente. E questo non solo a Verona, che anzi si può ritenere una delle province del vino più “ricche”, ma in generale in tutte le aree vitivinicole del nostro Paese.

Basta andare ad analizzare i budget a disposizione di Consorzi, anche importanti, per comprendere facilmente come sia difficile per loro attivare azioni adeguate soprattutto sul fronte della promozione ma anche sulla gestione “moderna” delle denominazioni. Penso di non sbagliarmi troppo se affermo che la media di risorse umane all’interno dei Consorzi di tutela italiani non supera le tre unità.

Non solo, ma quasi sempre si tratta di risorse competenti sul fronte cosiddetto “tecnico” (legato alla tutela delle denominazioni) e raramente su quello del marketing e comunicazione.
Affermare quindi che allo stato attuale i Consorzi di tutela italiani riescono con grande difficoltà (per usare un eufemismo) a rispondere ai fabbisogni reali di sviluppo e promozione di una denominazione mi sembra, purtroppo, assolutamente corretto. Non è però certo semplice trovare nuova forme, modalità per rendere i Consorzi di tutela del vino più adeguati alle sfide attuali e del prossimo futuro.

Certo ragionare su forme di finanziamento più adeguate da parte dei soci (la maggioranza dei quali in Italia investe meno di 300 euro all’anno per il proprio Consorzio) è decisamente auspicabile, ma non ci si può nemmeno illudere di vedere grandi sviluppi in tale direzione. Gli investimenti dei soci, infatti, sono legati non solo ai quantitativi prodotti ma anche, in qualche misura, al potere politico che possono esercitare. Fino a quando, pertanto, i soci più piccoli, la maggioranza, non contano praticamente nulla, è difficile immaginare che siano disponibili a mettere più quattrini per lo sviluppo della loro denominazione attraverso l’attività consortile.

Ma non è su questo aspetto che mi voglio soffermare quanto sull’opportunità di poter creare consorzi più grandi soprattutto in determinati distretti produttivi.
In quest’ultima direzione ritengo che Verona rappresenti una sorta di unicum nel panorama vitivinicolo italiano, con la presenza di denominazioni molto importanti rappresentate da altrettanti Consorzi di tutela. Basti citare il Consorzio tutela vini Valpolicella e il Consorzio vini Soave per evidenziare già due colossi dal punto di vista produttivo ma sostanzialmente “fragili” da quello consortile. Lo stesso vale, se non addirittura di più per il Bardolino, il Lugana, il Custoza, il Garda, la Terra dei Forti. Addirittura i primi due Consorzi di tutela veronesi (Valpolicella e Soave) da oltre un anno non hanno nemmeno un direttore al comando e la gestione è tutta nelle mani dei presidenti e dei rispettivi consigli di amministrazione.

Una situazione che potrebbe, per certi aspetti, agevolare la nascita di un Consorzio unico in grado non solo di avere una dotazione finanziaria molto più ingente ma anche una struttura organizzativa finalmente all’altezza sia sul fronte della tutela che della promozione. Senza dimenticare che molte aziende, veronesi, a partire dalla più grandi, sono coinvolte trasversalmente in gran parte delle denominazioni della provincia di Verona.

Quali i possibili limiti? Il più rilevante una minore focalizzazione su una specifica denominazione con il rischio, pertanto, di disperdere alcuni “messaggi” soprattutto quelli promozionali. Il venir meno di un orgoglio di appartenenza che sicuramente ha la sua importanza sempre sul fronte promozionale, soprattutto quando sono le piccole realtà artigianali a raccontare al meglio l’identità della denominazione.
Ma si tratta di limiti che, sempre a mio modesto parere, possono essere superati attraverso competenze capaci di definire al meglio piani strategici di marketing e di comunicazione efficaci, in grado di esaltare le tante e straordinarie anime del vino veronese.

E’ assolutamente possibile e ancora una volta sono le risorse umane competenti, magari selezionate anche da altri comparti, quelle che saranno in grado di fare la differenza.
Se Verona decidesse di prendere questa strada, assolutamente auspicabile dal mio punto di vista, questa potrebbe rappresentare una case history che potrebbe finalmente cambiare il modello di gestione e promozione delle denominazioni del vino italiane.