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Editoriale di Fabio Piccoli

Gli editoriali di approfondimento del Direttore Fabio Piccoli
Editoriale di Fabio Piccoli Venerdi 12 Marzo 2021

Gabriele Gorelli apre la strada ai Master of Wine italiani

Intervista al primo Master of Wine italiano che rappresenta una straordinaria opportunità per la promozione del vino italiano nel mondo e proprio per questo va "protetto".

di Fabio Piccoli

Ho conosciuto per la prima volta, in maniera indiretta, Gabriele Gorelli, il primo Master of wine italiano, circa due anni fa. Mi parlò di lui Andrea Lonardi, direttore operativo di Bertani Domains, anche lui in corsa per entrare a far parte della prestigiosa associazione londinese. Chiesi ad Andrea se pensava potesse essere lui il primo Master of wine italiano e la risposta fu: “Non so se sarò io, anche se ovviamente mi farebbe piacere per tanti motivi, ma posso dire che ci sarebbe un italiano che avrebbe tutti i requisiti ideali per diventarlo, Gabriele Gorelli”. Ho avuto poi la fortuna di conoscerlo bene grazie sempre ad Andrea Lonardi che, per conto del Consorzio di tutela, ci ha coinvolti in un bellissimo lavoro di analisi della denominazione Nobile di Montepulciano.

In questo lavoro in comune ho compreso bene i valori di Gabriele sia professionali che umani.

Grande competenza abbinata ad un’ottima dotazione di umiltà, un mix non facile da trovare nel nostro amato mondo del vino.

Quando quindi è arrivata la notizia che Gabriele Gorelli era finalmente il primo Master of wine italiano la soddisfazione è stata doppia, perché risulta essere, probabilmente, il profilo migliore di un professionista per rappresentare al meglio l’Italia del vino nel mondo.

Sì è vero, con il giudizio sopra evidenziato probabilmente mi sono sbilanciato andando già a disegnare il possibile “utilizzo” di una risorsa come quella del Master of wine Gabriele Gorelli. Penso però, e lo voglio sottolineare in premessa all’intervista che Gabriele ci ha gentilmente rilasciato, che oggi più che mai l’Italia del vino ha bisogno di ambasciatori autorevoli capaci di rappresentarci a livello mondiale con un profilo internazionale e anche con una modalità comunicativa adeguata.

Il percorso formativo dei Master of wine rappresenta, infatti, il modello oggi migliore per arrivare a professionisti della “comunicazione” capaci di conoscere il sistema produttivo e al tempo stesso gli interlocutori chiave del mercato, trade e consumatori.

Non ho dubbi che saranno tanti, anche in questi giorni probabilmente, che tireranno la “classica giacca” a Gabriele per convincerlo a rappresentare una specifica azienda o una particolare denominazione. E’ normale, non dobbiamo certo scandalizzarci, ma mi piace pensare che Gabriele Gorelli possa il più possibile essere in qualche misura “protetto” al fine di garantirci un Master of wine italiano in servizio permanente effettivo alla causa del vino italiano.

Ho intervistato Gabriele Gorelli nel suo viaggio di ritorno da Bordeaux verso casa, reduce da una settimana di lezione sui vini italiani nella prestigiosa capitale del vino francese.

Una lunga intervista che ha spaziato in molti ambiti e che mi ha consentito di comprendere ulteriormente i valori di Gabriele.

Innanzitutto Gabriele come sei arrivato al mondo del vino?

Ma in realtà potrei dire che sono nato dentro il mondo del vino grazie al nonno paterno che mi ha fatto crescere dentro la sua piccola vigna, meno di mezzo ettaro di Brunello che per me però tutt’oggi rappresenta uno dei ricordi più belli della mia infanzia. Come pure mio zio è stato tra i primi a diventare enotecnico e poi enologo sempre a Montalcino lavorando poi nel Consorzio di tutela. Collaboravo poi con il babbo nel fare il classico vino per il consumo in casa. E poi per alcuni anni sono stato l’unico maschio di famiglia, anche di quelle dei parenti più vicini, e questo mi ha portato ad essere il primo a ricevere il “battesimo con il vino” dai maschi adulti. Certo l’essere nato e cresciuto a Montalcino ha contribuito notevolmente al mio imprinting vitienologico, ma non dobbiamo pensare che negli anni 80 e primi anni 90 Montalcino fosse il territorio del vino oggi conosciuto in tutto il mondo. Ho fatto infatti in tempo a vivere l’ascesa di questa denominazione, da quasi sconosciuta alla popolarità attuale.

Ma quando hai compreso che il vino poteva diventare una professione?

Anche su questo fronte la consapevolezza è nata decisamente presto. Già al primo anno delle superiori, infatti, realizzai un primo catalogo al computer per le mostre che organizzava mio nonno materno, un agronomo che però non ha mai esercitato la professione. Compresi quindi presto che il lato “comunicativo” del vino ben si adattava alle mie corde.

Quando allora hai iniziato ad interessarti anche al fronte produttivo del vino?

Posso dire che il mio è stato un percorso “al contrario”, cioè partendo dalla curiosità verso la degustazione e cercando poi, andando a ritroso, di comprendere le ragioni “produttive” delle caratteristiche dei vini degustati. La curiosità è stata per me sempre una molla fondamentale per cercare di approfondire sempre di più la conoscenza dei vini, anche delle denominazioni meno note. Ho fin dall’inizio compreso che la bellezza del vino stava anche nella sua capacità di essere un prodotto “trasversale” che può cioè essere letto sotto tanti diversi punti di vista: culturale, antropologico, storico, artistico e, ovviamente, anche viticolo ed enologico. Ma senza questa “trasversalità” il vino non riuscirebbe ad avere il fascino che tanti ormai gli riconoscono.

Hai ragione Gabriele, però non sempre i cosiddetti “addetti ai lavori” sembrano coscienti di questa trasversalità del vino e continuano a concentrarsi su aspetti esasperatamente tecnici che spesso allontanano anche gli appassionati.

Si è vero e questo mi consente di sfatare subito un pericoloso luogo comune e cioè quello di pensare che i Master of wine siano una setta esclusiva che parla un linguaggio solo per pochi eletti. In realtà lo scopo dei Master of wine è assolutamente votato all’inclusività. Non a caso la loro genesi è proprio quella di aiutare il trade a selezionare prodotti adeguati al mercato, ai consumatori, supportandoli in una comunicazione il più possibile comprensibile. Il punto nodale, quindi, è che si riesce ad essere altamente divulgativi e quindi comprensibili ai diversi tipi di interlocutori tanto più si è competenti. Ed è questa la ragione per la quale il percorso formativo dei Master of wine è così duro, complesso, non certo per alimentare una cultura fine a se stessa.

Vorrei rimanere su questo aspetto della “comunicazione del vino” che lo ritengo particolarmente strategico anche per il futuro del nostro settore. Giustamente tu parli di inclusività ma la sensazione è che la comunicazione del vino, almeno quella ufficiale, continui a muoversi su modelli poco divulgativi e quando prova ad essere più “semplice” spesso cade nella banalità.

Innanzitutto vorrei essere ottimista dicendo che siamo ancora in tempo per essere più inclusivi nella comunicazione del vino. E guardando anche ad un anno difficile come il 2020 è stato molto bello ed importante vedere quanti giovani si sono iscritti a corsi digitali dedicati al vino. Anche in Francia, nel percorso Wset dove sono docente, sono stati molti i nuovi corsisti che addirittura arrivano a Bordeaux da varie parti del mondo, fanno la quarantena per poi poter partecipare alle lezioni in presenza. E’ fondamentale quindi formare fin da subito questi giovani ad avere un atteggiamento inclusivo al fine che la loro comunicazione del vino possa essere sempre più efficace. Penso che abbiamo i mezzi per recuperare il tempo perduto.

Ma per un Master of wine non deve essere facile parlare ad una persona “normale” non esperta di vino.

Ma è proprio qui invece il bello. Lo scopo più importante di chi è competente sul vino è quello di farsi capire, incuriosire chi non lo è. La maggiore soddisfazione, infatti, nel nostro mestiere di “comunicatori del vino” a vari livelli è quello di appassionare chi ci ascolta e di farli diventare consumatori di vino consapevoli e quindi testimonial straordinari per il nostro settore. Fare una comunicazione fine a se stessa solo per dimostrare conoscenza non serve a nulla.

Inevitabile chiederti come mai ci è voluto così tanto tempo per arrivare ad un Master of wine italiano?

Io penso che sia stato in gran parte un caso. Sicuramente non c’è stato nessun ostracismo o pregiudiziale da parte dell’associazione dei Master of wine nei confronti di noi italiani. Proprio in questi giorni ho ricevuto una bellissima e graditissima mail da Sarah Jane Evans, la prima Master of wine che ho conosciuto quando nel 2014 ho partecipato al loro seminario a Firenze. Mi ha scritto che era felicissima di questo ingresso di un italiano nell’associazione e che si augura sia il primo di tanti altri e che testimonia l’assoluta apertura dei Master of wine a tutti a prescindere dalla loro nazionalità. Certo va anche ammesso onestamente che la lingua inglese si presta molto di più ad una comunicazione più “asciutta”, chiara, diretta, più adeguata anche sul fronte delle informazioni tecniche. L’italiano porta più facilmente a sconfinare nell’elitario, nel criptico. Abbiamo una serie di bizantinismi linguistici che spesso spingono la comunicazione del vino verso o luoghi comuni e contenuti poco chiari. Mi rendo conto non sia semplice trasferire la “pulizia” della lingua inglese in italiano ma è uno sforzo che va fatto. In questa direzione ci possono aiutare anche strumenti come i social media che impongono una comunicazione più diretta, con meno parole ma non per questo con meno contenuti importanti.

Ma in cosa ti ha cambiato il percorso dei Master of wine?

Innanzitutto sono arrivato a questo percorso senza sapere bene all’inizio in cosa mi stavo imbattendo. Il simposio organizzato dai Grandi Marchi a Firenze è stata per me una folgorazione ma anche allora non avevo chiaro in quale meccanismo e dinamiche sarei entrato. Ma con il senno di poi devo dire che questo è stato positivo perché sono entrato in questo percorso assolutamente “pulito”, senza nessuna pregiudiziale o aspettativa pre definita. Questo mi ha dato la possibilità, ritengo, di poter cogliere fin da subito il meglio di questo difficile percorso che mi ha profondamente cambiato. Mi ha cioè portato ad essere molto più agile nei ragionamenti, di approfondire solo dove serve, di andare velocemente al centro delle tematiche senza inutili dispersioni. Solo questa modalità ti consente di poter affrontare seriamente un tema così vasto come il vino a livello mondiale. Solo un approccio di questa natura ti consente di poter comprendere velocemente i punti di forza e di debolezza di un territorio produttivo, di un prodotto, ma soprattutto ti consente di dare risposte adeguate ai tantissimi “perché” del vino.

Voglio però anche sottolineare che sono riuscito ad affrontare al meglio il percorso dei Master of wine grazie anche alle mie esperienze formative precedenti che sono state comunque preziose. A partire dal corso Ais che ho completato nel 2011 dove ho conosciuto, ad esempio, un bravo maestro come Leonardo Romanelli. Mi ha aiutato molto anche la mia volontà, contro il parere di molti, di diventare anche degustatore ufficiale che mi ha consentito di temprarmi sul fronte delle degustazioni (tante) alla cieca. Senza dimenticare i tanti seminari a cui ho partecipato in vari territori del vino (dallo Champagne alla California). Questo per sottolineare che la formazione non finisce mai e non esistono probabilmente percorsi ideali se non la sommatoria di varie esperienze formative.

E adesso Gabriele cosa farai?

Domanda alla quale non è facile rispondere. Sono ancora nella cosiddetta “lavatrice” post riconoscimento. Quello che però ho chiaro è che vorrei il più possibile dedicarmi a valorizzare il vino italiano nel mondo. Penso sia questa la mia principale vocazione e anche quella che maggiormente ho potuto coltivare nella formazione con i Master of wine. Da tempo sento parlare, ad esempio, di una cabina di regia per la promozione del vino italiano nel mondo, ecco mi piacerebbe candidarmi ad un ruolo in un “contenitore” di questo genere che penso sia fondamentale per costruire una comunicazione del vino italiano adeguata e vincente a livello internazionale.

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