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Editoriale di Fabio Piccoli

Gli editoriali di approfondimento del Direttore Fabio Piccoli
Editoriale di Fabio Piccoli Venerdi 28 Gennaio 2022

E se provassimo a non parlare più di vino e salute?

Sono passati ormai 43 anni da quando alcuni ricercatori francesi evidenziarono una correlazione tra bassa mortalità per le malattie coronariche e consumo di vino, pubblicando una ricerca che divenne famosa con il termine "paradosso francese". A distanza di tanti anni, forse possiamo accettare di modificare il paradigma sul tema vino e salute.

di Fabio Piccoli

Non so per quale ragione, ma non amo troppo affrontare tematiche contingenti che non hanno ancora confini chiari e, pertanto, dove si rischia di fare analisi sbagliate o (nella migliore delle ipotesi) superficiali.

Poi però mi rendo conto che sono un giornalista e quindi non posso non “essere sul pezzo”, come si dice in gergo, e che ci sono temi così importanti che vale la pena affrontare anche senza avere una visione completamente chiara.

Mi sto riferendo, in questo caso, ai rischi per il nostro settore vitivinicolo a causa del cosiddetto “Europe’s Beating Cancer Plan” che a fine febbraio arriverà al voto al Parlamento Europeo e che, di fatto, rappresenta (almeno leggendo le linee guida) un attacco forte al consumo di alcol, in tutte le sue forme, compreso il vino.
Ma l’offensiva contro il consumo di alcol non è partita certo in queste settimane: già da parecchi anni l’Oms (l’organizzazione mondiale della sanità) lancia moniti potenti contro di esso.

E in questi giorni pure la World Heart Federation (WHF) ha affermato che le ricerche dimostrano che nessuna quantità di alcol fa bene al cuore andando così a smentire il cosiddetto “paradosso francese” sul quale per decenni il nostro mondo ha costruito un mare di comunicazioni ed eventi legati al tema “vino e salute”.
Per i pochi che sentono il termine "paradosso francese" per la prima volta, ricordo che si tratta di ricerche emerse da epidemiologi francesi che evidenziarono una correlazione tra bassa mortalità per le malattie coronariche e consumo di vino.

Insomma, penso che oggi possiamo dichiarare che il tempo del “paradosso francese”, una sorta di armistizio tra produttori di vino e medicina, è definitivamente terminato.
E quando termina qualcosa, non sono così sicuro che valga la pena provare a reintrodurla in tutti i modi, di difenderla con tutti i mezzi o provare ad andare avanti trovando nuovi strumenti.
Mi rendo conto di affermare qualcosa di non particolarmente popolare tra gli addetti ai lavori, tra i tantissimi che lavorano nella filiera vitivinicola.

Comprendo perfettamente anche gli amici di Unione Italiana Vini che, nel loro settimanale “Il Corriere Vinicolo”, proprio in questi giorni hanno pubblicato un titolo in prima pagina che la dice lunga sul loro pensiero: "In trincea!".
Anch’io, lo ammetto, avrei tanta voglia di andare in trincea perché sento sinceramente che dietro queste politiche antialcol, che colpiscono in maniera indiscriminata, non vi è “solo” la scienza ma anche lobby se non addirittura Governi che attraverso politiche di un certo tipo difendono interessi dei loro Paesi.

Illudersi che tutti amino il vino e che vedano nella sua crescita dell’export a livello internazionale un fatto solamente positivo è quantomeno ingenuo.

Come pure rimango assolutamente convinto che il consumo di vino rappresenti un deterrente all’abuso di altre bevande alcoliche. Parliamoci chiaro: il vino è il peggior alcolico per chi è alla ricerca dello sballo.

Ma, nonostante tutto questo, io penso che oggi sia più opportuno uscire dalla logica della difesa del consumo del vino in relazione alle tematiche di natura salutistica.
Il concetto del “bere responsabile” va assolutamente mantenuto senza essere ingenui, superficiali, ma sempre coscienti che purtroppo l’abuso di bevande alcoliche è una piaga mondiale.
Per questa ragione, a mio parere, la migliore difesa del consumo responsabile di vino è legata allo sviluppo della cultura vitienologica. Una cultura che, per quanto talvolta ci illudiamo, è ancora scarsa anche in un Paese dalle lontane radici vitivinicole come il nostro.

La cultura del vino, infatti, continua ad essere ad appannaggio di un piccola élite in Italia, inutile girarci tanto intorno. Certo, abbiamo visto nel tempo il proliferare di corsi di sommelier organizzati da vari enti che sicuramente hanno aumentato il bacino di “esperti”, ma rimangono numeri molto più ridotti di quanto possiamo immaginare. E basta fare qualche domanda a qualche amico o parente per rendercene conto ogni giorno.
Quante volte mi sento dire da qualche collega coinvolto nel nostro settore: “Fabio, vorrei aprire ogni tanto qualche bottiglia importante con gli amici o i parenti ma tutt’oggi fanno fatica a capire la differenza tra un metodo classico e uno charmat e alla fine un vino vale l’altro…”.

Per questo ritengo che oggi (pur cercando di difendere bene, almeno in sede europea, le nostre posizioni - quelle dei Paesi produttori) è altrettanto indispensabile definire un nuovo modello di diffusione della cultura del vino, con progetti molto più ampi e divulgativi, capaci di intercettare un pubblico più vasto senza la pretesa che diventino dei sommelier professionisti.

Dove c’è reale conoscenza, difficilmente si sviluppano abusi.
Più crescerà la cultura del vino, più aumenterà un modello adeguato di consumo non solo in quantità, ma soprattutto in qualità.
Ed è su questo fronte che dobbiamo concentrare i nostri sforzi.