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Editoriale di Fabio Piccoli

Gli editoriali di approfondimento del Direttore Fabio Piccoli
Editoriale di Fabio Piccoli Venerdi 17 Giugno 2022

DOC vino: ma ci crediamo o no alle nostre denominazioni?

Analizzare lo stato di salute dei Consorzi di Tutela e del Comitato Nazionale delle DOC è il miglior modo per comprendere quanto il nostro sistema vino creda nell’importanza delle denominazioni. Quello che emerge non è così incoraggiante…

di Fabio Piccoli

Ma perché in Italia è così difficile aprire un dibattito trasparente sui Consorzi di tutela e, più in generale, sul tema della gestione e promozione delle denominazioni di origine italiane?
La stessa interessantissima ricerca svolta da Astarea nell’ambito del Premio Gavi “La Buona Italia 2022” su "Comunicare il vino italiano all'estero via web. Il ruolo dei Consorzi di Tutela” non è stata sufficiente per stimolare un confronto franco sul ruolo e l’importanza dei Consorzi nemmeno sul fronte della promozione delle denominazioni italiane nel mondo.

Ogni tanto qualcuno mi consiglia di smetterla di affrontare questa tematica perché è il classico tempo perso.
Io però non demordo perché lo considero un aspetto determinante per la competitività del nostro sistema vino.

Con questo spirito ho moderato l’incontro sul tema  “I Consorzi DOCG e DOC oggi: Un sistema italiano in bilico fra tutela e promozione. Strategie, opportunità e fragilità da affrontare per disegnare il futuro”, tenutosi il 10 giugno scorso a Garda nell’ambito di Spumantitalia.
C’era pochissima gente ad ascoltarci, anche se i presenti erano di primissimo piano - a partire da Riccardo Ricci Curbastro, presidente di Federdoc che riunisce tutti i Consorzi di tutela italiani; Giulio Somma, direttore del Corriere Vinicolo, storica testata di Unione Italiana Vini tra le poche che segue le dinamiche politico-economiche del comparto vitivinicolo; Giacomo Pondini, direttore del Consorzio Asti docg; Carlo Veronese, direttore del Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese; Aldo Lorenzoni, ex direttore del Consorzio tutela vini del Soave. Hanno dato inoltre un importante contributo Vittorio Fiore, uno dei più autorevoli enologi del nostro Paese e Lamberto Vallarino Gancia, recentemente nominato amministratore delegato del gruppo Domori, ma con una lunga esperienza in un’impresa che ha fatto la storia delle bollicine italiane.

Un gruppo quindi ristrettissimo ma che è stato in grado di fare emergere alcuni degli aspetti più salienti del sistema consortile italiano. Un vero peccato vi fossero pochi ad ascoltare le opinioni degli autorevoli relatori perché ritengo avrebbero potuto avere un quadro molto nitido della situazione attuale dei Consorzi di Tutela italiani.

La domanda presupposto della riflessione che si è cercato di mettere al centro degli interventi all’incontro di Garda è stato la seguente: "Quanto pesa il ruolo del Consorzio di Tutela nel successo di una denominazione?”.
Domanda sicuramente molto complessa ma alla quale, a mio parere, è fondamentale dare una o più risposte al fine di comprendere quale struttura e organizzazione deve avere un Consorzio di Tutela per garantire un accompagnamento adeguato allo sviluppo di una denominazione.

Giulio Somma ha evidenziato come l’Italia del vino sia divisa in due sul fronte “consortile”, con un Mezzogiorno che di fatto vede gran parte delle denominazioni orfane di un Consorzio di Tutela.
“Un paradosso - ha sottolineato il direttore del Corriere Vinicolo - considerando il gran numero di denominazioni presenti nel nostro Sud Italia”.
“La proliferazione esagerata delle denominazioni di origine nel nostro Paese - ha evidenziato il presidente di Federdoc Ricci Curbastro - non ha sicuramente agevolato la nascita di altrettanti Consorzi di Tutela ma non c’è dubbio che dove manca un Consorzio la gestione e la valorizzazione di una DOC diventa molto più difficile se non addirittura impossibile”.

Ma è altrettanto vero che, dove vi sono i Consorzi, non sempre le cose vanno così bene.
“La complessità e rigidità dei disciplinari di produzione - ha spiegato il direttore del Consorzio vini Oltrepò Pavese - spinge molti produttori a realizzare vini “senza denominazione” e questo pregiudica notevolmente anche il contributo economico ai Consorzi di Tutela”.

Nelle osservazioni di Somma, Ricci Curbastro e Veronese risiedono le “contraddizioni” del sistema consortile del vino italiano. Da un lato denominazioni orfane di una guida, dall’altro un eccesso di denominazioni e la difficoltà di molti Consorzi di avere una dotazione finanziaria adeguata anche a causa di disciplinari di produzione che limitano l’investimento di molte aziende nella propria DOC o DOCG.

Problemi che si conoscono da tempo, ma che è arrivato il tempo di affrontare con determinazione perché non c’è ombra di dubbio che dove c’è un Consorzio forte la denominazione ne beneficia in maniera straordinaria.
E oggi un Consorzio forte, come era già ben emerso nella ricerca di Astarea, è quello in grado di garantire al meglio sia una comunicazione “territoriale” efficace, sia una valorizzazione dei brand aziendali adeguata.
Una sfida non semplice che implica, come più volte sottolineato, una strutturazione di gran parte dei nostri Consorzi più adeguata ai fabbisogni attuali.

Oggi, ad esempio, non esistono percorsi formativi per dirigenti di Consorzi di Tutela. Un limite non da poco, considerando le peculiarità di un Consorzio di Tutela.
Rimango comunque convinto che il miglioramento del nostro sistema consortile potrà avvenire solo se i produttori di vino italiani saranno consapevoli dell’importanza delle loro denominazioni.

A quest’ultimo riguardo, mi duole sottolineare che, allo stato attuale, decine e decine di modifiche di disciplinare languono nei cassetti del Comitato nazionale delle DOC. L’organizzazione chiave per il riconoscimento e le modifiche dei disciplinari delle nostre denominazioni è rappresentata da una struttura con solo due addetti, di cui uno in prossimità di pensionamento.
Se il nostro sistema vitivinicolo, comprese le organizzazioni professionali, ritiene che questo sia sufficiente per garantire la solidità normativa delle nostre denominazioni, allora temo che sarà dura vedere molti Consorzi e denominazioni forti nel nostro Paese.