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Editoriale di Fabio Piccoli

Gli editoriali di approfondimento del Direttore Fabio Piccoli
Editoriale di Fabio Piccoli Venerdi 30 Luglio 2021

Ancora tanta strada da fare per l’enoturismo italiano

Il nostro Italian Wine Tour 2021 dedicato all’enoturismo sta evidenziando ancora una volta le grandi potenzialità di questo modello di turismo, ma anche le molte lacune nell’accoglienza da parte di alcune aziende.

di Fabio Piccoli

Il fatto che l’enoturismo riservi straordinarie potenzialità per il nostro settore vitivinicolo è un dato di fatto di cui siamo tutti consapevoli da molto tempo. Tuttavia, quanto le nostre imprese del vino siano state in grado di capitalizzare queste potenzialità al meglio è tutta un’altra storia.

In questo nostro Italian Wine Tour 2021 che sta volgendo al termine abbiamo ancora una volta toccato con mano quanto siano belle le nostre aziende del vino, quanto siano suggestivi i nostri territori vitivinicoli e quanto siano bravi i nostri produttori di vino. Se tutto questo fosse la ricetta sufficiente per far diventare il turismo del vino italiano vincente, allora saremmo a cavallo.

Ma così purtroppo non è. Si può avere una struttura bellissima, un territorio assolutamente vocato all’enoturismo e vini eccellenti senza però essere adeguati sul fronte dell’accoglienza. Non basta, infatti, essere “ospitali” per diventare professionisti dell’enoturismo. È una cruda verità che tutti i produttori sanno benissimo, tanto che nessuno dei tanti che abbiamo intervistato si è detto completamente soddisfatto dei suoi servizi in termini di ospitalità.

Il punto nodale rimane che fino a quando si considerano il turismo del vino e l’accoglienza come fattori “complementari” alla propria azienda senza investire in quest’area lo stesso impegno che si profonde su quella produttiva, non si potrà mai far decollare fino in fondo l’enoturismo nel nostro Paese.

Ma se queste sono valutazioni di natura generale, in questo nostro viaggio abbiamo cercato di individuare i punti di forza ma anche le debolezze del sistema enoturistico italiano e nel manuale che pubblicheremo nel prossimo autunno cercheremo di dare soluzioni e suggerimenti concreti.

Se dovessimo individuare un problema comune alla maggior parte delle imprese del vino che abbiamo incontrato, potremmo affermare che è l’assenza di un piano concreto di accoglienza che si traduce in una sostanziale improvvisazione. Paradossalmente, potremmo altrettanto affermare che alcune aziende, invece, hanno un piano accoglienza talmente codificato da risultare assolutamente impersonale.

In tutte e due i casi, quello che ne scaturisce è un ospite che si sente sostanzialmente trascurato, non messo al centro dell’esperienza. A questo proposito prendo in prestito quanto mi ha affermato un manager che abbiamo incontrato in una delle nostre visite: “Il nostro obiettivo è far sentire a casa propria i nostri ospiti”. Un’affermazione che potrebbe apparire retorica, scontata, e che invece racchiude il senso più vero dell’esperienza enoturistica: mettere a proprio agio gli ospiti che vengono a trovarci.

Inutile negare che si tratta di una mission difficilissima; per questo non me la sento assolutamente di colpevolizzare nessun imprenditore o manager del vino che sta arrancando sul fronte dell’ospitalità.

L’ospitalità vincente, infatti, è un difficile mix tra il riuscire ad esprimere al meglio (in maniera autentica) l’anima dell’azienda e al tempo stesso (anzi, con una leggera priorità) mettere al centro l’ospite e le sue aspettative.

E quali sono le aspettative dell’ospite?
Qui non servono particolari indagini di mercato perché forse sono più preziosi l’intuito e il buon senso: divertirsi, sentirsi leggeri, spensierati. Come diceva il grande Totò: "è molto più facile far piangere un povero cristiano che farlo ridere". Questa è una realtà ineluttabile che, purtroppo, troppo spesso produttori e hospitality manager dimenticano o, più onestamente, faticano a realizzare.

Molti produttori giustamente obiettano: “Ma noi non siamo degli animatori, la nostra azienda non è un villaggio turistico”. Verissimo, ma la vostra azienda non è nemmeno un museo o una mostra d’arte contemporanea dove il visitatore si aspetta una guida in grado di fargli comprendere o approfondire tematiche complesse. A dir la verità, anche nei musei stanno adottando sempre più strumenti di comunicazione più “leggera”, interattiva rispetto ai canoni tradizionali del passato.

“Ma allora cosa dobbiamo fare per far divertire i nostri ospiti, per non annoiarli?”. Ricordarsi sempre che il vino è un tramite per conoscere qualcos’altro, una storia di famiglia, un aneddoto, un fatto avvenuto in un territorio.

L’ho ripetuto spesso in queste settimane: chi mette al centro della sua comunicazione “enoturistica” sempre ed inesorabilmente il prodotto è fatalmente destinato a generare, se non noia, sicuramente minor interesse da parte degli ospiti.

A chi obietta che ci sono comunque ospiti decisamente interessati alle tematiche tecnico-produttive, la risposta è sempre la stessa: “Fate domande, e ancora domande prima di iniziare il vostro storytelling aziendale. Solo così scoprirete concretamente chi sono i fanatici del fermentino”.

 

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